PER L'ARTICOLO "COMITATI PER LE LIBERTA'" SCORRI LA PAGINA
Come già ho detto in altre occasioni, sono stato comunista in gioventù dalla metà degli anni ’70 ai primissimi ‘80, anche ricoprendo nel Pci piccoli ruoli dirigenti (segretario di sezione e consigliere comunale). Poi ho avuto modo di riflettere meglio e di ritrarmene, ma nel 1996 volli raccontare in un lungo dattiloscritto la storia di questa mia conversione/maturazione. Ne ripropongo pari pari il capitolo sulla Resistenza, che cade a fagiolo nelle polemiche di questi giorni.
Sono
considerazione scontate per chi comunista non è mai stato, ma forse utili per
comprendere i percorsi mentali di tale ideologia, almeno nella fattispecie
italiana.
LA RESISTENZA
Il
mito della Resistenza è stato un ottimo anestetico alla disfatta del 1945. Alla
lunga, ma probabilmente da subito, anche ceti moderati, non di sinistra,
afascisti e simili, si sono accomodati alla pur fastidiosa retorica antifascista
poichè grazie ad essa potevasi compiere un miracolo italiano: sentirsi
tuttosommato dalla parte dei vincitori anzichè degli sconfitti. Costruzione
psicologica ardita ma efficace.
Adolescenti
ci ficcammo a testa bassa nella politica, senza in realtà sapere cose
essenziali. Cosa sapevamo della guerra, del fascismo, degli anni del consenso,
degli anni '10 e '20? Niente.
Ricordo
le mostre antifasciste, i "controcorsi" a scuola, la relativa
pubblicistica: pareva che la storia contemporanea cominciasse cogli scioperi del
Marzo '43, quella famosa fotografia di operai in primo piano con le braccia
conserte e sguardo risoluto e fiero. Ma nel '43 la guerra era già persa: ci
sarebbero stati quei moti, pur con la stessa fame, ma con una prospettiva di
vittoria? Qualcuno di loro mica non sarà stato in piazza anche nel Giugno del
'40, ad osannare l'immancabile vittoria?
Grande
magia dei mass media: anch’io per molti anni della mia giovinezza (ma ero già
consigliere comunale) non realizzai affatto l'esito concreto della guerra e
stavo senz'altro nella vaga convinzione che con la Resistenza l'Italia fosse un
paese vincitore, non tanto perchè si fosse "riguadagnata il biglietto di
ritorno all'ultimo momento", come disse Churchill, ma semplicemente perchè
avrebbe dato un contributo importante alla sconfitta del nazi-fascismo.
Siccome
gli italiani hanno vinto il fascismo (un fatto tutto interno) eccoti che
avrebbero vinto la guerra. Ma il sillogismo è falsato dalla dimenticanza fatale
che senza la sconfitta dell'Italia, mai e poi mai gli antifascisti avrebbero
prevalso sui fascisti.
Corollario
indispensabile di questo ragionare e sentire distorto fu, precisamente, la falsa
idea che la seconda guerra mondiale fosse stata una lotta titanica pro o contro
il nazi-fascismo, una questione ideologica, e non la lotta tra nazioni e popoli,
come sempre, per l'egemonia e la ricchezza che ne consegue.
Dunque
per molti anni della mia militanza politica neanche mi sfiorò il sospetto che
di fronte alla storia l’Italia (oltre a Germania e Giappone) avesse perso
punto e basta.
Me
ne accorsi per conto mio due volte, la prima ai tempi dei viaggi in Inter-Rail
(anni settanta), la seconda volta in Grecia, anni '80: parlando con altri
giovani di vari paesi europei scoprivo che nessuno sapeva cosa fosse la
Resistenza. Conoscevano la parola partigiano, di cui confusamente sapevano di
gesta compiute in vari paesi, forse anche nel nostro, però rimaneva netto e naturale il fatto che l'Italia fosse
un paese sconfitto.
Io
con l'enfasi del vincitore parlavo della bestia sconfitta, ma sentivo che non mi
capivano e che attraevo sguardi interrogativi e diagonali. Ero ovviamente io
quello che non aveva capito bene.
* *
*
So
bene che la Resistenza, oltre alle retoriche e soprattutto alle
strumentalizzazioni politiche da parte del Pci, fu anche cosa seria e
nobilissima. Ma per carità, essa non fu determinante in niente se non per
mendicare un po' d'attenzione per il dopoguerra, sia a livello internazionale
sia ai tavoli e sedie cigolose delle singole parrocchie e piazze di paese; essa,
ai tedeschi e ai repubblichini, gli avrebbe fatto un baffo se non ci fossero
stati ben altri avversari. Solo oltre i trent'anni capii che la Resistenza è
come mio figlio quella volta che sotto la neve riuscii a metter le catene alle
ruote, lui mi ronzava intorno eccitato, quasi d'intralcio, e disse alla fine
compiaciuto: "Siamo stati bravi, eh, papà?"
* *
*
Anche
se non determinante, la Resistenza fu senz'altro necessaria per molte persone
che sentirono il bisogno fortissimo di testimoniare il loro tempo, le loro
singole sensibilità, e qui sta la grandezza di quella parte di Resistenza che
è grande e tale rimane. E necessaria per singole comunità e città minacciate
nei loro beni essenziali. E produsse quindi anche gesta militari che nel
contingente di quel singolo momento in quel singolo luogo, misero in difficoltà
reparti nazi-fascisti.
Però
non può venir meno la coscienza che il quadro generale geopolitico del mondo
nel 1943-45 era per sua natura, cioè inevitabilmente, già orientato
inequivocamente alla vittoria degli alleati. Né può dimenticarsi, sopratutto,
che la particolare situazione dopo l'8 Settembre portava l'Italia per forza in
una situazione fratricida, unico paese al mondo ad avere alleati e nemici (e
soprattutto prigionieri) in entrambi i campi. La Resistenza fu reazione alla
reazione inferocita dei tedeschi contro la scelta scellerata dell'Italia (di
Badoglio) di abbandonare la Germania ormai sconfitta e di accodarsi agli alleati
sicuri vincitori.
Senza
tale tradimento opportunista, furbesco e tipicamente italiano, non ci sarebbe
stata né ferocia tedesca né Resistenza. Forse avrebbe potuto esserci una
occupazione tedesca a fini strategici e militari, ma senza astio, senza rabbia e
ferocia.
La
famigerata Repubblica Sociale, dunque, sorse per opporsi alla vergogna di così
sfacciato tradimento e con occhio obiettivo bisogna convenire che non era
possibile che almeno una parte di italiani non sentisse tale onore/disonore. E
anch'essa non sarebbe esistita se non fosse intervenuto quel meschino
tradimento.
La
Resistenza vale come fatto morale, etico e anche un pò civile, ma militarmente
fu irrilevante e talora irritante e politicamente fu ed è un pozzo avvelenato
di equivoci e pretese.
Non
si può indulgere minimamente alla lettura che vuole il male contrapposto al
bene, i repubblichini aguzzini e i partigiani eroi.
Se
ne incaricò il caso, mettendomi un giorno sotto il naso un volumetto con le
lettere dei condannati a morte della repubblica sociale. Sgranai gli occhi, mi
pareva un errore di stampa; sapevo a memoria delle lettere dei condannati a
morte della resistenza ma non
pensavo che esistesse la stessa cosa nell'altro campo: stesse parole, stessa età
(anche meno di vent'anni !), stessa parola in articulo mortis: Viva l'Italia!!
Qui
si spiega, cari ex compagni, come è possibile che io resti oggi insensibile a
quegli argomenti forti che forgiarono la nostra cultura e le nostre scelte d'un
tempo, il film '900, i restrellamenti dei tedeschi, l'eroismo di chi morì
partigiano... Quando si comprende il quadro storico generale, si può tifare
legittimamente per questo o per quello, ma non si può negare che ognuno avesse
le sue buone ragioni. Così si esce finalmente dal manicheismo e si torna
utilmente a parlare...
La ferocia tedesca
Ho
chiesto a conoscenti e parenti (le migliori fonti storiche) che vissero quegli
anni e fecero la guerra, ho letto con calma.
Nascondere
l'inevitabilità della guerra civile, che la reazione tedesca fu scatenata dal
voltafaccia sfacciato: questo non si dice mai; questo rende la resistenza un
mito, nel senso deteriore, cioè moneta falsa: la massa dei giovani e delle
persone ancora oggi non può capire cosa significasse nella bocca dei
repubblichini la frase ricorrente di "salvare l'onore".
Si
è mai pensato cosa potesse passare nella testa dei tedeschi? Soli contro il
mondo, l'alleato italiano che apre infausti fronti in Grecia ed Albania che li
obbligano ad intervenire. Alla fine, quando ormai è tutto compromesso, l'Italia
salta dall'altra parte. E vi scandalizzate della ferocia, anche se contro
inermi? Mia madre mi riferì del racconto pudico di suoi cugini impegnati nella
guerra d'Albania: gli italiani fecero razzie e sfregi contro vecchi, donne e
bambini, cose che i tedeschi non fecero.
Si
insiste solo sulla ferocia tedesca, a riprova della bontà delle proprie
posizioni, anzichè mostrare, come nel prologo del teatro greco, il contesto
dell'inevitabile tragedia.
E
cosa succede se viene il sospetto che la ferocia tedesca fosse deliberatamente
ricercata? Non lo dice solo Buscaroli, ma anche da testimonianze affidabili
locali -anche di preti- riemerge che essa venisse solleticata per provocare il
massimo di sofferenza per le popolazioni e con ciò sradicare il fascismo e
radicare i vendicatori comunisti.
E
infatti è questa la mia opinione: un losco come Badoglio non poteva da solo
avere tanta furbizia e lungimiranza. Qui c'è lo zampino di intelligenze
superiori e mondiali: quel frangente storico fu deliberatamente utilizzato per
cancellare dal cuore e dalla mente degli italiani il fascismo, legandolo
nell'immaginario popolare alla ferocia tedesca.
Perchè
la retorica antifascista non parla mai di Badoglio? Perchè l'Italia non si
ritirò semplicemente dalla guerra, chiedendo un armistizio unilaterale e basta?
Sarebbe stata una posizione dignitosa, che ci avrebbe risparmiato la ferocia
tedesca e il dileggio internazionale.
Dileggio
internazionale. Ancora nel 1967, quando facemmo con papà e lo zio prete un
viaggio in Inghilterra (avevo 12 anni), ricordo benissimo in una città della
Francia, mentre tranquillamente risalivamo nel millecento, papà scattare
girandosi e urlare un insulto verso l'altro lato della strada dove qualcuno
rideva e guardava "Italièns! Ah, ah..." Si affrettò lo zio "Niente, niente" a spingerci in
macchina, papà eccitatissimo e guerriero, lo zio che lo calma, si riparte. Mi
rimase, e vedo tuttora, la prontezza di papà nella sua reazione al dileggio;
non -suppongo- che se lo aspettasse addirittura, ma quantomeno ne colse al volo
il senso e la riconoscibilità, più che per sua perspicacia, perchè sentiva e
sapeva benissimo che l'aria era quella.
Dagli
anni Settanta ho cominciato a viaggiare da solo in lungo e largo per l'Europa,
posso affermare che siamo diventati normali, noi italiani, solo nei primi
Ottanta.
* *
*
Si
polemizza sul 25 Aprile, perchè le verità sulla Resistenza, sull'antifascismo,
sul fascismo e sulla guerra, si faranno sempre più strada e mineranno il senso
comune di adesso. Qualcuno propone di individuare un'altra data alternativa per
le vittime tra i repubblichini e dei “triangoli della morte”, comprese le
foibe. Errore. Impariamo dalla chiesa, essa preferì riutilizzare e utilizzare,
finchè potè, i templi pagani piuttosto che costruirne di nuovi e alternativi.
Non indulgiamo ad un nuovo manicheismo, all'ennesimo guelfi e ghibellini. Il 25
Aprile accomuni il ricordo di chi si battè e si sacrificò in prima persona.
Luigi Fressoia,pg archifress@tiscalinet.it
All’assemblea dei Comitati per le Libertà (Roma, 1-3 marzo 2003), per la sensibilità di Dario Fertilio sono state poste anche tre questioni decisive per la buona riuscita della attuale stagione politica liberale italiana: Federalismo, Sussidiarietà orizzontale e Democrazia diretta.
Per alcuni sono questioni teoriche poco importanti,
in verità tutte e tre finiscono per toccare il nodo delle questioni italiane:
lo Stato, ovvero la pubblica amministrazione, quella cosa che quotidianamente e
concretamente plasma i rapporti tra i cittadini, tra questi e lo Stato, e
interferisce pesantemente nella stessa identità, memoria e cultura delle varie
popolazioni e comunità.
1- Federalismo
Concetto che corre qualche rischio, analogamente a
quel che negli anni sessanta e settanta fu per le “riforme”: passarono i
decenni ma non si capì mai quali dovevano essere le riforme da fare; sempre
permase al fondo il tira e molla di intenderle in modi opposti, cioè
presupposti diversi ed equivoci non chiariti, tanto è vero che la situazione
finì per caratterizzarsi in paralisi e paludi, e le riforme svanirono.
Per ora si comincia col riportare buona parte delle
risorse (soldi e decisionalità) ai territori da cui provengono. Ciò è bene ma
non garantisce il buon uso delle risorse, tanto centrali che periferiche.
Serve richiamare un concetto principe: federalismo significa trovare il modo che l’impiego delle risorse pubbliche comporti responsabilità reali sia sul piano politico che civile. Questo è il senso più alto del decentramento, avvicinamento dei potere ai cittadini: chiudere la stagione e la prassi della completa irresponsabilità degli insuccessi e degli errori.
2- Sussidiarietà orizzontale
In sé comporta una forte cura dimagrante dello stato, ovvero dell’insieme degli uffici pubblici. Questi devono tornare al servizio della società civile e non più viceversa. Se oggi la sussidiarietà non c’è è perché ogni branchia dello stato (centrale e periferico) tende istintivamente sia a rimodellare di sé il mondo intero, sia ad espandere se stessa sul mondo intero. Il disagio amministrativo deriva infatti dalla elefantiasi burocratica, che è esattamente il sovrapporsi di molti super-io della burocrazia sopra la vita dell’inerme cittadino, delle sua attività, delle diverse comunità.
3- Democrazia diretta
Una volta potato lo stato mediante la sussidiarietà, ci si accorgerà che non solo si è fatta una buona opera, ma che molti rami pur non più sovrapposti ad altri, ugualmente meriterebbero di rimanere scorciati di molto e periodicamente, un po’ come il naso di Pinocchio.
Il Federalismo dovrà far stabilire al cittadino se gli conviene di più -in una determinata questione- procedere mediante organi dello stato ben organizzati (Sussidiarietà orizzontale) oppure mediante Democrazia diretta, o tutti e due.
Converrà di più curare le aree verdi della città con gli operai del comune, con l’appalto ad un’impresa, oppure con pensionati e cittadini del posto supportati dall’ente pubblico?
Converrà di più avere un asilo statale, uno gestito da un’impresa, oppure uno allestito con risorse locali (genitori, pensionati, parrocchie, associazioni) supportate dall’ente pubblico?
* * *
A questi tre temi desidero contribuire sia richiamando il mio “Le riforme istituzionali” del gennaio scorso, sia aggiungendo quanto segue, inerente natura, caratteristiche e consistenza delle risorse pubbliche, oggetto ineludibile delle contese politiche. Vera questione fondante, cosciente o no, di tutti gli scontri.
Madre di tutte le battaglie.
La santa ostinazione a non volere imporre altre tasse
porta necessariamente e finalmente a dare più importanza alle uscite che alle
(mancate) entrate.
Il popolo delle partite iva più i dipendenti del
settore privato sono i fornitori delle entrate; il vasto mondo che dipende dal
denaro pubblico (Partiti/Burocrazia/Imprese assistite) è il protagonista delle
uscite.
Burocrazia ovvero pubblica amministrazione (p.a.).
Naturalmente non tutto il privato è santo e non
tutto il pubblico è malvagio, ma la maturazione politica che serve è proprio
nello spostare il tiro dal tradizionale destra/sinistra al ben più pregnante
garantiti/non garantiti.
Ed è verissimo che una siffatta traslazione è
rivoluzionaria, nel senso che sconvolge i tradizionali schieramenti: come ben si
sa anche nel centro destra le componenti stataliste e parassitarie sono in
agguato.
Un’adeguata osservazione sia delle entrate che
delle uscite è rivoluzionaria.
Le prime innanzitutto, perché la famosa evasione
fiscale è un concetto falsato in partenza. Non che non esista (e non vada
combattuta), ma bisogna partire dal fatto che per decenni lo stato ha assunto un
atteggiamento da sùk: chiedere cento per ottenere cinquanta. Ovvero chiedere di
più, sempre di più, sapendo che più di tanto non avrebbe di certo ottenuto.
Cosa che (nel quadro generale di una doppia
tolleranza, evasione fiscale da un lato, parassitismo del pubblico impiego
dall’altro, durata per decenni) ha portato ad una evasione fisiologica, ovvero
indispensabile.
Tanto è vero che quei possessori di partita iva che
denunciano tutte le entrate diventano praticamente dei passamoneta: maneggiano
centinaia di milioni (di vecchie lire) ma ne godono il 10/15%.
Le seconde (le uscite) perché obbligano a mettere il
naso nelle sterminate praterie degli enti pubblici (dai ministeri, anzi, dalla
cee, fino all’ultimo comune), sia nei suoi meccanismi interni (reclutamento,
promozioni, filosofia), sia negli esiti e qualità degli “investimenti”
pubblici. Obbligano a distinguere chi dentro l’ente pubblico continua a vivere
per lo scopo istituzionale cui è preposto da chi rimodella l’istituzione al
proprio comodo. Tutta la p.a. vive questa contraddizione: in parte utile al
sistema socio-economico nazionale, in parte padrona e parassitaria. Distinzione
necessaria dentro ogni branchia, centrale e periferica. Nella sanità ad esempio
si dovrà distinguere tra la miriade di addetti (medici e paramedici)
estremamente seri ed impegnati e le estese mafiosità inerenti nomine,
forniture, appalti, duplicazione di cliniche, cattedre, ospedali inutili.
*
*
*
Possiamo dire che la rottura sociale (e il
conseguente terremoto politico) degli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90, è
avvenuta perché quel patto s’è rotto solo da un lato: stante una finanza
strutturalmente deficitaria, ad un certo punto si è dovuto cominciare a far
pagare le tasse sul serio, ma di contro lo scialo del pubblico è continuato,
anzi, si è moltiplicato (si pensi al fatto che negli anni ’90 si sono
moltiplicati di molte volte i posti dirigenziali degli enti con stipendi di
svariate centinaia di milioni di vecchie lire).
Alterazione del patto non scritto assolutamente
asimmetrica: mentre contro gli evasori fiscali e sulla questione fiscale in
genere si concentrava il fuoco dei mass media e della pubblica opinione,
tutt’altro atteggiamento veniva riservato all’altro campo: non solo ogni
abuso della p.a. rimaneva circoscritto nel bizantinismo del colore locale, ma la
funzione, la natura e la consistenza della p.a. ricevevano il sacro
riconoscimento di “interesse pubblico” istintivo e indiscutibile. Con ciò
aprendo la strada all’ulteriore
elefantiasi del pubblico impiego, allargandone le competenze, il suo potere di
fare le norme, ormai esteso fin sopra la dimensione dei fagiolini.
Merci e servizi capaci di produrre tasse (oltre che
reddito e profitti) conservano nei confronti dei servizi offerti dalla p.a. il
carattere della realtà, ovvero sono senz’altro merci e servizi reali, cioè
richiesti e pagati dal mercato reale, in ciò capaci di ricchezza reale, atteso
che qualora non ne fossero in grado, la natura propria del mercato li
eliminerebbe dalla scena, dal circuito economico.
Ove invece i servizi offerti dalla p.a. possono sia
essere reali (di vera utilità al contesto socio-economico), ma anche inutili,
superflui, se non dannosi e comunque imposti.
Per questo l’attuale scontro politico italiano (che
non a caso vede tra i maggiori protagonisti della Casa delle Libertà il popolo
produttivo) altro non è che una ennesima edizione della eterna lotta tra nobiltà
e borghesia (sempre esistita in ogni civiltà umana a partire dal neolitico),
ove i primi nell’odierno contesto italiano sono i garantiti (i padroni dei
partiti, i mandarini delle pubbliche amministrazioni, i dipendenti pubblici e le
imprese assistite che fanno comunella con la politica), e i secondi sono i
produttori (possessori di partita iva più gli operai), ovvero coloro che vivono
di solo mercato.
Nelle nostre società a capitalismo maturo peraltro
la distinzione tra borghesia e popolo tende a scomparire (dopo essersi ridotta
di molto), quindi possiamo dire più precisamente: lotta tra popolo e nobiltà.
La presenza della classe operaia nel fronte dei liberali è cosa decisiva: da “sempre” essa è il punto forte della sinistra. In verità moltissimi operai da tempo si sono accorti che:
-
la prosperità dell’azienda li riguarda in prima persona,
-
la borghesia non è il loro contrapposto naturale bensì è la parte più
dinamica del popolo stesso: essi stessi operai se ne sono accorti appena hanno
messo su una filanda, una qualsiasi impresa;
-
la sinistra da tempo punta assai di più sul pubblico impiego (a parte
Roma, dove buona parte della zavorra ministeriale fa riferimento all’area ex
missina),
-
le tassazioni abnormi tolgono peso alla busta paga dell’operaio e al
profitto del padrone in favore dell’esercito degli impiegati pubblici,
-
non è scontato votare a sinistra.
La Casa delle Libertà, il centro destra nel suo
complesso, devono assumere pienamente la classe operaia tra la propria base
sociale di riferimento. “Possessori di partita iva + classe operaia” deve
diventare una formula costante.
Uno dei punti di forza del potere sindacale e di
sinistra è la presunta “alleanza e solidarietà tra tutti i lavoratori
dipendenti” che implica un antagonismo naturale contro il lavoro autonomo:
questo è un equivoco grossolano ma radicato che deve essere smontato e
sostituito dalla assai più pertinente distinzione tra sfera pubblica e sfera
privata, suffragata dalla constatazione solare che l’anticamera di un
imprenditore è deserta e al più vi si affaccia qualche extracomunitario;
l’anticamera di un assessore al personale è un ambulatorio che non tronca mai
fila.
Uno stato e una burocrazia sono indispensabili in
qualsiasi società che non sia primordiale: bensì esse devono essere ricondotte
al ruolo di “servizio alla società” e non già di padrone della società.
Appunto, federalismo, sussidiarietà, democrazia
diretta.
A tal fine servono azioni molteplici e conseguenti:
città per città, regione per regione, tutti gli uffici pubblici dovrebbero
essere esaminati alla luce della loro utilità, efficacia, congruità di costo.
Parallelamente si impone un’anagrafe degli stipendi
pubblici, città per città, regione per regione, per confrontarli ciascuno con
la rispettiva produttività e utilità sociale. Risulterà evidente una verità
spaventosa: miriadi di enti ed uffici esistono esattamente per giustificare se
stessi, in danno della società civile (produttori, consumatori, pensionati,
disoccupati, emarginati) e in danno dell’economia reale.
E’ intollerabile che uffici pubblici e interesse
pubblico vengano fatti allegramente coincidere nell’immaginario popolare. In
verità oggi in Italia la galassia delle cose pubbliche rappresenta la più
estesa e illegittima forma di privatizzazione (di risorse pubbliche) a favore
dei cinque milioni di italiani (privati) che materialmente costituiscono lo
stato italiano.
E’ altresì intollerabile che la spesa pubblica
venga allegramente associata alla solidarietà sociale: dovrà chiarirsi ben
bene che più sono estesi e ramificati gli uffici pubblici, minori risorse
possono pervenire ai soggetti deboli.
Più è alto il numero di dipendenti pubblici di una
zona o città o regione, più debole è la sua economia e maggiore è il numero
dei disoccupati.
Dovrà finalmente prendersi atto che lo stato non
risolve la disoccupazione, il sottosviluppo, la depressione economica: al
contrario se ne serve, ovvero, tali difetti sono a lui essenziali, per poter
espandersi sempre più.
*
* *
Il vasto mondo del pubblico impiego, più in generale
la “sfera pubblica”, è il nodo della questione, non solo perché -come già
accennato- è un mondo ben presente nel centro destra, quanto piuttosto perché
la sua forza ormai è spaventosa, sicuramente in grado, qualora si muovesse
compatto, di rovesciare qualsiasi governo liberale.
Questo spiega perché Tremonti ceda al danno grave
dei condoni invece che purgare la p.a.
L’infezione del resto è notoriamente molto estesa:
la stessa caratteristica italiana della fortissima ed abnorme commistione tra
politica e affari ne è parte e prova.
Al riguardo non si può non rilevare che il grumo
Partiti/Burocrazia/Imprese assistite si è adeguato intelligentemente ai tempi,
ha suonato a suo modo il piffero delle “privatizzazioni” e così ha preso il
meglio e restituito il peggio dei due campi pubblico/privato: ha messo le mani
in regime di monopolio su quasi tutte le aziende che gestiscono i servizi a rete
(energia, trasporti, acqua, nettezza urbana, parchi), conferendovi
irresponsabilità tipicamente “politica” e prendendovi alti stipendi e
sacralità di “mercato”.
Finora il centro destra ha evitato il nodo cruciale
del pubblico impiego (parassiti/produttori, popolo/nobiltà,
conservazione/progresso), ma la questione è latente. Oltre ad essere capitale:
-
il centro destra dovrà scegliere se essere davvero il partito della
modernizzazione oppure una riedizione della democrazia cristiana;
-
dovrà risolvere fatti significativi come ad esempio:
o
in
Calabria vi sono più forestali (trentamila) che in tutto il Canadà, ed è
assai probabile che molti di questi votino per il centro destra;
o
nella
sola Roma vi sono più primari che in tutta l’Inghilterra;
o
presso
l’area archeologica di Pompei risultano in forza oltre 500 dipendenti ma
mediamente se ne presentano al lavoro non più di 150 al giorno;
o
nell’Umbria
rossa e impiegatizia la proposta (delirante) di una terza provincia trova
sponsor anche a destra. Anche quella di passare da trenta a quaranta consiglieri
regionali;
o
appena
insediato, il presidente Berlusconi ha detto che 4.500 dipendenti della Camera
sono una mostruosità, ma finora non ne ha licenziato nemmeno uno;
-
insomma non potrà evitare di confrontarsi fino in fondo con federalismo,
sussidarietà, democrazia diretta.
Non solo i ritardi strutturali del sistema Italia
notoriamente derivano da questi ritardi statuali, ma anche le questioni più
gravi ed endemiche. La questione mafia è totalmente interna alla pubblica
amministrazione: da quando è superiore al semplice abigeato, potrebbe la mafia
esistere, vivere e prosperare senza la collusione organica e precisa con
determinati organi pubblici? Si potrebbe cioè avere la cosiddetta mafia, senza
gli appalti, le nomine, le forniture, gli incarichi giusti, alla persona giusta,
alla ditta giusta, ai soggetti giusti?
La stessa questione meridionale sta tutta dentro la
questione della pubblica amministrazione: come disse una rara volta un
imprenditore napoletano ospite alla trasmissione di Santoro (subito tacitato
dalla folla di “disoccupati organizzati”)
“…il popolo italiano tutto, non di meno quello meridionale, ha
spiccate doti imprenditoriali; se al sud però non decolla è perché qui
abbiamo, rispetto agli altri (voleva dire nei confronti del nord Italia ma anche
di qualsiasi concorrenza nel vasto mondo) un ostacolo in più: lo stato. Lo
stato che non solo succhia la più gran parte di risorse (sarebbe il meno), bensì
vessa l’iniziativa con qualcosa di analogo e peggiore al pizzo, con la pazzia
burocratica, con gli imperscrutabili labirinti e percorsi della pratica
amministrativa, che alla fine obbligano a pagare sudditanze e legami (oltre al
tempo e denaro persi) peggiori del pizzo, peggiori della mafia, anzi, che sono
la mafia.”
(Di solito guardo poco la tv, ma quella sera che mi
imbattei in queste sacrosante parole, fui felice di aver scalzato mia moglie
dalla poltrona, e saltai come quando segna la nazionale).
La forza della sfera pubblica si compone di:
-
un esercito dei dipendenti pubblici (circa 4 milioni, comprese le forze
armate, la magistratura e quant’altro, insomma non solo gli enti locali);
-
risorse pubbliche immense (finanziamenti dalla cee, ai ministeri, alle
regioni, all’ultimo comune, agli enti atipici, beni immobili e strumentali);
-
il potere di fare le regole (200.000 leggi nazionali e regionali: più
confuso è il diritto, maggiore è il potere
discrezionale della burocrazia);
-
un grande potere psicologico (il tradizionale prestigio “spagnolesco”
sommato all’equivoco marxista della sua presunta coincidenza con l’interesse
pubblico),
-
la più completa autocrazia (organizza e decide da sola l’aumento dei
suoi stipendi e delle sue competenze; anche se il voto è dei politici, essa sa
bene come ricattarli).
La sua potenza economica in tutte le plaghe Italia
(eccetto le poche zone economicamente molto forti) è enormemente superiore a
quella sprigionabile dalla somma delle attività e dei soggetti privati.
Ne consegue un suo potere di ricatto anche su
larghissimi strati produttivi: decine di migliaia di professionisti, migliaia di
imprese artigiane e di commerci, centinaia di industrie derivano la propria
fortuna dalla committenza pubblica, oltre che sottostare al potere
amministrativo arbitrario e discrezionale della burocrazia.
Tra i dipendenti della p.a. scatta una istintiva
solidarietà di classe, foss’anche tra un usciere e un megadirettore da un
miliardo all’anno: ne è prova l’indulgenza con cui la magistratura salva
sempre i dipendenti pubblici pur rei di gravi reati, al massimo li sospende ma
non li licenzia mai. (E ciò apre la porta alla comprensione della vera natura e
portata dello scontro sulla giustizia: se la lotta oggi in Italia è tra
garantiti e non, la magistratura non può essere neutrale, essendo parte in
causa e giammai soggetto terzo. Per la precisione essa è tra la crema dei
garantiti).
*
*
*
Qui e non altrove è la rivoluzione liberale. Qui è
la modernizzazione. Qui è il pieno significato di chi non per caso volle darsi
il nome di Polo delle Libertà. Questa e non altre è la strada per ridare alla
parola solidarietà un senso dignitoso e non strumentale; questo è il criterio
per assicurare ad ogni regola, limite e controllo la piena efficacia e utilità
sui singoli settori della vita sociale.
Questa soprattutto è la strada per smettere di
violentare l’identità delle comunità locali, regionali e nazionali,
sottraendole all’inedia della burocrazia livellatrice che fa il verso al
mondialismo idiota del “politicamente corretto”: federalismo, sussidiarietà
dei diversi organi statuali, democrazia diretta.
Agire con un siffatto spirito liberalizzante della
amministrazione pubblica (procedura per procedura, caso per caso: urbanistica,
turismo, servizi alle imprese, istruzione, previdenza, associazionismo,
assistenza, lavoro, etc.) avrebbe un duplice grande pregio: costare praticamente
nulla, incontrare un consenso fortissimo.
Luigi Fressoia