Fw: REFERENDUM FVG - LE NUOVE NORME. Forza Italia: se il voto non avrà successo, i promotori dovranno pagare le spese
Malattia: la Cdl teme il voto popolare
Il portavoce del Comitato del no contesta l’aumento delle firme da raccogliere


PORDENONE – La notizia dell’approvazione in quinta commissione regionale di una legge sui referendum che prevede la raccolta di 50 mila firme e il quorum per quelli abrogativo e propositivo (ne è escluso il consultivo), rendendo di fatto particolarmente difficile il ricorso a tali strumenti da parte dei cittadini e delle loro associazioni ha suscitato reazioni particolarmente negative tra i promotori del recente referendum del 29 settembre, che pure avevano superato di slancio la soglia precedente delle 36 mila firme, arrivando a oltre 52 mila.
«E’ davvero difficile - ha commentato il portavoce del Comitato del no, Bruno Malattia - evitare un giudizio di inaffidabilità o, per essere più leggeri, di straordinaria volubilità della attuale maggioranza».
«Nei primi mesi di quest’anno - ha ricordato l’avvocato pordenonese - la maggioranza della Cdl aveva votato una legge che prevedeva per il referendum la raccolta di 20 mila firme. A distanza di poco tempo questa soglia viene elevata a 50 mila firme. E’ evidente che si vuole rendere così difficilmente praticabile un istituto di democrazia diretta come il referendum abrogativo e di fatto si vuole concentrare ogni decisione nell’ambito del Palazzo. Probabilmente lo choc subito per la sconfitta nel referendum non confermativo del 29 settembre ha lasciato il segno».
«Preoccupa - ha proseguito Malattia - la progressiva sottrazione di aree di intervento da parte degli elettori nelle scelte, resa ancora più inaccettabile dal fatto che quand’anche si raccogliessero un numero di firme sufficienti e il referendum avesse esito positivo la legge non prevede alcun rimborso per le spese sopportate dai comitati promotori del referendum stesso. Non si può non sottolinea che al contrario i partiti si sono assicurati un finanziamento continuo nel tempo per ogni voto che raccolgono nelle consultazioni elettorali. E’ una differenza di trattamento che ritengo francamente inacettabile e che aumenta la frattura tra i partiti e la società e i cittadini anziché colmarla».
«Bene hanno fatto - osserva Malattia - le forze del centro sinistra a contrastare questo disegno. Mi auguro che quando il disegno di legge passerà al voto definitivo l’aula abbia maggiore rispetto di sè stessa, dimostrando coerenza con il precedente disegno di legge, e nei confronti dei cittadini».
«Sarebbe anche opportuno - osserva Malattia - che ad integrazione della normativa, ad evitare che anche nella fase successiva all’indizione del referendum il Palazzo effettuasse operazioni di “sabotaggio”, fossero previste opportune forme di informazione istituzionale, in modo che gli elettori ricevano singolarmente notizia del referendum e del quesito proposto».
«Le democrazie moderne - rileva il portavoce del Comitato del no - funzionano così. Non si deve temere nè esorcizzare uno strumento di interpello popolare come il referendum. Si devono invece prendere ad esempio Paesi, come la Svizzera, che sanno utilizzare il referendum in modo flessibile e opportuno, almeno in una regione come la nostra, dove istituti di questo tipo possono ben esprimere livelli elevati di autonomia e di democrazia».
P.D.
 
 

Approvata in commissione una legge che detta regole più restrittive per le consultazioni popolari
La Regione limita i referendum
Ci vorranno 50 mila firme (ne bastavano 20 mila), esteso il quorum. Il centro-sinistra: così affossano l’istituto Forza Italia: se il voto non avrà successo, i promotori dovranno pagare le spese


La Regione pone precisi limiti ai referendum. La quinta commissione, presieduta dal leghista Zoppolato, ha riformato la materia alzando il numero delle firme necessarie per chiedere la consultazione (da 20 mila a 50 mila) ed estendendo il quorum. Non solo, secondo Fi bisognerà anche studiare forme di rivalsa economica nei confronti dei promotori qualora non si dovesse raggiungere il quorum. In altre parole, se il referendum fallisce chi lo ha voluto deve rimborsare le spese. L’opposizione di centro-sinistra è subito insorta: «Così si affossa l’istituto referendario».

LA VENDETTA
DEGLI SCONFITTI
di LUCA MEZZETTI


L’approvazione avvenuta ieri, da parte della quinta commissione del consiglio regionale, della legge che disciplina i referendum abrogativi, propositivi e consultivi e le modalità di esercizio dell’iniziativa legislativa popolare a livello regionale implica alcune riflessioni, che discendono in via immediata dai contenuti della bozza approvata e da considerazioni di carattere sistematico.
Non manca di fare riflettere, in primo luogo, la correlazione temporale esistente fra la data di svolgimento del referendum (29 settembre), il cui esito ha condotto com’è noto al rigetto della legge sulla forma di governo e sul sistema elettorale regionale, e l’attuale fase di elaborazione di una nuova normativa sugli istituti di democrazia diretta attivabili nell’ordinamento del Friuli-Venezia Giulia. Sarà un caso, ma è significativo come la maggioranza abbia provveduto in tutta fretta, dopo la batosta referendaria, a correre ai ripari mediante l’approvazione di una norma che prevede l’innalzamento del numero delle firme necessarie per inoltrare la richiesta di referendum abrogativo a 50.000, a fronte delle 20.000 firme originariamente previste dalla legge elettorale bocciata dal referendum del 29 settembre. Si tratta dell’implicita ammissione della sconfitta referendaria e della conseguenza della constatazione dell’impatto politico che il risultato referendario ha saputo esplicare, pur alla luce dell’entità relativamente ridotta dei partecipanti alla consultazione.
Fattore tante volte declamato al fine di svilire il significato del risultato stesso e che oggi più di ieri dimostra la propria inconsistenza.
L’incremento del numero delle firme a 50.000 persegue l’evidente scopo di rendere più ardua la procedura referendaria, nel tentativo di espropriare in tutto o in parte i cittadini e gli elettori della possibilità di ricorrere all’utilizzazione del primo e fondamentale istituto democratico accanto al voto: il referendum quale voce autentica, genuina e immediata del corpo elettorale capace di incidere in via immediata sulla formazione della volontà politica in seno alla collettività organizzata di appartenenza.
È quasi superfluo constatare che il referendum è istituto che non ha mai goduto di particolare fortuna nel sistema politico italiano nel suo complesso: previsto dall’articolo 75 della Costituzione fin dalla sua versione originaria, è stato attuato solo nel 1970 con la legge n. 352 ed è stato protagonista di vicende alterne, anche a causa della tendenziale diffidenza che i partiti gli hanno sempre riservato, timorosi di perdere quote di potere. Ma l’approvazione della legge sui referendum approvata ieri in sede regionale denota un atteggiamento che travalica ampiamente la semplice diffidenza, per assumere i contorni del rigetto e della ripulsa: la giustificazione addotta quale argomentazione giustificativa dell’innalzamento del numero delle firme a 50.000 (il referendum – si sostiene – potrebbe essere richiesto troppo agevolmente, come dimostrato dal fatto che in soli due mesi sono state raccolte più di 50.000 firme per il referendum sulla legge elettorale svoltosi il 29 settembre) in realtà prova esattamente la presa che tale istituto continua a esercitare sul corpo elettorale e il significato che i cittadini annettono alla possibilità di esprimere direttamente la propria voce. Non regge neppure, del resto, a tale riguardo, l’ulteriore argomentazione, pur giusta in linea di principio, basata sui costi che lo svolgimento delle consultazioni referendarie comporterebbe: la condivisione di un referendum non si misura infatti tanto in sede di richiesta del medesimo quanto piuttosto sulla base dei risultati finali cui dà luogo. La democrazia non ha prezzo.
Ma l’approvazione della legge sui referendum avvenuta ieri in commissione consiliare costituisce anche la prova eclatante che, quando si vuole fare presto, si può fare presto. La maggioranza consiliare si è trastullata per mesi per poi dare alla luce la legge elettorale respinta dal referendum. Ora, dopo lo smacco del 29 settembre, si accelerano in modo anomalo i tempi per l’approvazione di una normativa che tende chiaramente a prevenire il pericolo di una nuova bocciatura popolare. Si sarebbe potuto auspicare, a questo punto, il tentativo di elaborare una nuova legge sulla forma di governo e sul sistema elettorale regionale che tenesse in adeguata considerazione i risultati del referendum e che, recependo l’elezione diretta del presidente della regione, adeguasse il sistema istituzionale regionale al modello tracciato dalla legge costituzionale n. 2 del 2001 e procedesse all’adattamento del Tatarellum all’ordinamento regionale del Friuli-Venezia Giulia: non sembra sussistere tuttavia, a tale riguardo, un terreno sufficientemente fertile in seno alla maggioranza, “concordemente divisa” sulle soluzioni da adottare; le opposizioni, d’altra parte, sembrano tuttora lontane dall’individuazione di una proposta comune alternativa.
Desta perplessità, in ultima istanza, la tendenza del legislatore regionale a procedere in una materia tanto delicata quale quella della forma di governo regionale con un’andatura a singhiozzo, in modo disordinato e secondo una visione non sistematica delle questioni da risolvere: è il prevalere del modello della legge-stralcio sul modello della legge organica. È la fuga in avanti che porta a privilegiare esigenze contingenti a scapito di soluzioni sistematiche.
Luca Mezzetti


Approvata in commissione una legge che detta regole più restrittive per le consultazioni popolari
La Regione frena i referendum
Per indirli ci vorranno 50 mila firme (ne bastavano 20 mila). Esteso il quorum


TRIESTE – La quinta commissione, presieduta dal segretario leghista Beppino Zoppolato, ridisegna lo strumento referendario, ponendo nuovi paletti nelle firme e nel quorum. A validare le consultazioni popolari propositive ed abrogative occorrerà infatti che si rechi al voto oltre il 50% dell'elettorato, con oltre il 50% di voti validi. E per far indire un referendum abrogativo occorrerà il 5% del corpo elettorale, 50 mila firme invece delle 20 mila della legislazione decaduta assieme alla legge elettorale con il no allo scorso referendum.
E proprio alla sconfitta referendaria subita dal centrodestra l'opposizione riconduce la norma, che definisce liberticida.
"Una feroce vendetta: dopo la bocciatura della sua legge, la Cdl, che tradisce una volta di più il suo nome, ha fatto in modo che mai più i cittadini possano promuovere una vera iniziativa popolare", tuona Mario Puiatti, dei Verdi. "Le 20 mila firme erano state fissate qualche mese fa da Polo e Lega, che ora le hanno più che raddoppiate. In questo modo si impedisce ai gruppi spontanei di attivarsi, perché il risultato è alla portata soltanto di coalizioni di partiti".
"E' stato un killeraggio vero e proprio. Dopo essersi visti bocciati dalla popolazione, hanno pensato di rimediare "facendo fuori" lo strumemto di esame, che, pur esistendo sulla carta, di fatto non potrà venir attuato, come nell'Italia degli anni '50 e '60. Un altro atto che dimstra quanto siiano lontani dal sentire della gente", incalza Franco Brussa, della Margherita.
"Leggi nazionali e regionali cercano di minare la sovranità del cittadino. La maggioranza è palesemente in malafede, perché se il tetto delle firme scippa i cittadini della possibilità di fare scelte dal basso, il quorum vanifica lo stesso istituto referendario", fa notare il diessino Renzo Travanut. "Alle scorse consultazioni regionali, oltre ai partiti, seicento candidati si sono dannati l'anima per portare alle urne gli elettori. Ciononostante il consiglio è stato votato dal 60% degli aventi diritto. Figuriamoci come potrà un referendum raggiungere il 50%".
La leghista Viviana Londero difende invece il provvedimento, anche perché permetterà di dare risposte a quanto chiesto dai 35 comuni della montagna. "Il referendum consultivo, che è quello che riguarda l'istituzione della provincia, non prevede né le 50 mila firme né il quorum, quindi la Carnia lo avrà", dice.
Di un'"oculata misura contro gli sprechi, perché i referendum costano" parla il forzista Isidoro Gottardo, autore della "mediazione" a 50 mila firme (contro la proposta Zoppolato, che ne avrebbe volute centomila).
"Il tetto è equo, visto che possono raccoglierle tutti gli amministratori. Comunque annuncio a nome di Forza Italia, che studieremo dei correttivi", aggiunge. "Ad esempio l'opzione tra le 50 mila firme e le 20 mila, raccolte però solo dai notai e dai segretari comunali, come un tempo. O un numero di firme basso, con la clausola però che se manca il quorum la Regione si rivale economicamente sui proponenti".
"La democrazia è costosa, si sa. E allora, nel suo virtuoso alleggerimento della spesa pubblica, la Cdl pensa bene di eliminare uno strumento di controllo fondamentale da parte dell'elettorato", ironizza lo Sdi Giorgio Baiutti. "Perché ricordiamoci che, con l'elezione diretta del presidente e il patto che questi sottoscrive con i cittadini, il referendum rappresenta un valido elemento di contrappeso".
Luciano Santin

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Tra Polo e Lega Nord è tregua armata
Referendum: ci vorranno 50 mila firme e il quorum per renderlo valido


TRIESTE - Ieri lo scontro in maggioranza sulla riforma delle comunità montane e sui referendum ha segnato una sorta di tregua tra Polo e Lega Nord all'interno della quinta Commissione presieduta da Beppino Zoppolato (Ln), oggi c'è però ancora il rischio di ritrovarsi di nuovo l'un contro l'altro armati. Lo anticipano le parole del consigliere leghista Viviana Londero: «Quelle di martedì ci sono sembrate davvero chiusure poco democratiche. Domani (oggi per chi legge) il dibattito sarà lungo». Si riferisce, la Londero, all'esame di articoli ed emendamenti sul disegno della giunta sui comprensori montani: «L'assessore Ciriani - attacca la leghista - si presenta senza un accordo e mi pare con idee poco chiare. Quando entreremo nel merito delle funzioni, con un'impostazione che vorrebbe trasferire per esempio quelle del Collio e del Carso alle Province di Gorizia e Trieste, l'accordo non sarà facile».
In attesa del confronto di oggi, le due parti hanno trovato comunque un punto di mediazione «che dovrebbe evitare fibrillazioni», commenta Giancarlo Cruder (Udc). Si tratta di una norma, chiesta da Zoppolato, che garantisca la possibilità di costituire la Provincia della montagna, molto cara alla Lega, indipendentemente dalla realizzazione o meno dei Comprensori montani, argomento che il Carroccio non considera invece primario e che d’altra parte interessa moltissimo al presidente Tondo. In attesa di parlare di funzioni, almeno su questo non dovrebbero esserci sorprese: «Con l'accordo raggiunto - afferma Franco Baritussio (An) - è stato confermato che Comprensori e Provincia dell'Alto Friuli non sono questioni divergenti: l'una non esclude l'altra».
Dopo gli scivoloni di due giorni fa, la maggioranza ha ritrovato ieri compattezza almeno sulla disciplina referendaria. La Commissione ha infatti approvato la legge che regola i referendum abrogativi, propositivi e consultivi (compresi quelli in materia di circoscrizioni comunali e provinciali), nonchè le modalità di esercizio dell'iniziativa legislativa delle leggi regionali. Il dibattito si è incentrato prevalentemente su due punti: il numero di firme necessarie per chiedere il referendum regionale abrogativo e la previsione del quorum per la validità delle consultazioni. La Cdl ha approvato la norma che prevede un supporto di 50 mila firme alla richiesta di referendum abrogativo. La consultazione risulterà inoltre valida se vi parteciperà la maggioranza degli aventi diritto e se sarà raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. Il raggiungimento del quorum sarà necessario anche per il referendum propositivo, mentre non lo sarà per quello consultivo.
«Siamo soddisfatti - commenta la Londero -, è un ritorno alla democrazia». Dall'altra parte l'opposizione tuona. Per il consigliere regionale dei Verdi Mario Puiatti, la legge approvata è «una violenta vendetta per la bruciante smentita appena ricevuta dall' elettorato» ed è anche «un atto di sovrano disprezzo verso i cittadini e le regole democratiche, la Costituzione repubblicana e lo Statuto di autonomia della Regione». Puiatti sostiene che ciò significa «impedire a qualsiasi gruppo, comitato o minoranza di promuovere un referendum. È un numero - aggiunge - alla portata solo di coalizioni di partiti, mentre per sua natura dovrebbe essere uno strumento a disposizione dei cittadini».
m.b.