Leggendo e ascoltando commenti e analisi sui tragici fatti di questi ultimi giorni, per non dire mesi e anni, mi domando se abbiamo una conoscenza sufficentemente ampia per analizzare, capire e spiegare quella parte di mondo da cui provengono la maggior parte degli attentatori, se cioè disponiamo davvero dei mezzi per poter individuare e indicare la via migliore per sconfiggere il terrorismo. Noto una grande e giustificata attenzione degli organi d'informazione per le bombe scagliate dagli estremisti verso tutto ciò che ai loro occhi incarna il nemico da distruggere, ma non vedo altrettanto interesse nel cercare di conoscere e capire appieno il tessuto sociale dei paesi arabi.
Già dal punto di vista terminologico si nota questa tendenza, Il concetto di nazione o paese sembra non esistere nel modo di descrivere quella parte di mondo. Algeria, Bahrain, Giordania, Arabia Saudita, Sudan, Oman, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Yemen, molto spesso diventano semplicemente "paesi islamici", lasciando così immaginare che in fondo siano tutti la stessa cosa. Nessuno parla di Francia e Germania come di paesi cristiani, o dei loro abitanti come popolazioni cattoliche; troppo riduttivo e insufficente per spiegare la realtà sociale di quei paesi. Il farlo invece normalmente parlando del mondo arabo temo sia indice di scarsa conoscenza delle realtà sociali e intellettuali di quei paesi, fatto questo ulteriormente aggravato dall'apparente indisponibiltà dei media ad approfondire l'argomento anche quanto ci si trova a portata di mano la possibilità di farlo.
In questi giorni si è tenuto a Venezia un seminario sul pluralismo politico e i processi elettorali nei paesi arabi e nord africani, oltre 120 partecipanti provenienti da 19 paesi arabi. Intellettuali, uomini politici, rappresentanti di associazioni non governative di quell'area hanno discusso di democrazia e sviluppo, si sono confrontati su temi quali riforme democratiche, stato di diritto, libertà d'informazione, diritti civili. Il convegno si è concluso con un documento unanime di forte condanna degli attentati terroristici di questi giorni definiti innanzi tutto contrari al sentire della stragrande maggioranza delle donne e degli uomini di quell'area geografica.
Di questo incontro non si è saputo praticamente nulla. Pressochè totale il disinteresse verso questi rappresentanti del mondo arabo, quasi nessuno ha ritenuto di dover dar voce a questa parte di società. Eppure dovrebbe essere evidente come sia anche nel nostro interesse dar circolazione a queste voci democratiche, supportare istanze che da anni cercano di emergere in quella regione, dare visibilità a quanti si impegnano nel tentativo di far sbocciare la democrazia in quell'area. Da più parti è stato evidenziato come uno dei maggiori problemi per lo sviluppo democratico sia l'impossibilità di accedere ai mezzi d'informazione perché controllati rigidamente dal potere. Basti pensare all'Iran, un paese la cui società è composta prevalentemente di giovani, molti dei quali sognano un futuro di libertà e democrazia, che non riescono ad avere diritto di parola.
Allora perché limitarsi a riportare le voci e le azioni dei fanatici, non sarebbe una strada da perseguire con determinazione quella di trasformare i nostri mezzi d'informazione in tribune dalle quali diffondere, ad esempio, le idee dei ragazzi e delle ragazze iraniane? Diventare insomma tante "radio Londra".
Certo fare questo è difficile, richiede la fatica di comprendere e approfondire, mettersi in contatto, dialogare senza pregiudizi con intellettuali, uomini di cultura e società civile di quel mondo. Ma fino a che non decideremo di sobbarcarci quella fatica sarà davvero difficile trovare la via giusta per sconfiggere il terrorismo.
Franco Fois
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