GRAZIE ADELE

Molti i ricordi che il pensare ad Adele Faccio fa riaffiorare e tutti con una caratteristica comune, un senso di dolcezza. Ci sono però due incontri che restano indelebili nella mente, due incontri che sembrano di pochi giorni fa ma che invece mi portano indietro di oltre vent’anni.
Il primo incontro con Adele avvenne a Mestre in occasione di un’assemblea organizzata dai radicali veneziani, non ricordo il tema del dibattito ma ricordo molto bene alcune delle cose che dissi e, soprattutto, la replica di Adele. Intervenedo dal pubblico sostenni che il Partito Radicale (all’epoca esisteva un un unico soggetto) doveva essere un “piede di porco” con il quale scardinare le porte che venivano chiuse davanti alla nostra azione politica innovatrice. Era quella per me, poco più che ventenne, la prima volta che parlavo in pubblico e certamente non argomentai in modo molto chiaro ed efficace il mio pensiero, nonostante questo Adele mi ascoltò con grande attenzione senza mai distogliere gli occhi dai miei dandomi un senso rassicurante di legittimazione per continuare ad esporre le mie idee. In quel momento mi trasmise la sensazione che quello che stavo dicendo le interessava davvero, che le parole di un ventenne fossero per lei, politica di rango abituata a interlocutori ben più stimolanti, degne di massima attenzione. Non solo, durante le sue considerazioni su quanto detto negli interventi del pubblico fece riferimento a quello che dissi, facendo salire a mille il mio orgoglio giovanile, per spiegare come un partito deve sapere divenire strumento adatto alle situazioni che si presentano, non quindi un’entità rigida ma un qualcosa in continua evoluzione ed aggiornamento. Le sue parole sul vivere la politica come una evoluzione continua, un perenne guardare il mondo, un ascoltare gli altri, in particolare i giovani, un accettare la fatica di confrontarsi per cercare di capire rifuggendo dalla presunzione di sapere già tutto, furono per me di una forza e un calore inspiegabile. Un messaggio che ancora oggi è vivo nella mia mente.

Il secondo incontro fu propiziato da un’assemblea pubblica organizzata per parlare della caccia, contro la caccia ovviamente. L’incontro ebbe un prologo molto piacevole, ci ritrovammo infatti tutti in pizzeria dove avemmo la possibilità di parlare del più e del meno con Adele, un dialogo fatto con la tranquillità di quando ci si trova tra amici. Tutti avemmo la chiara sensazione che Adele fosse da sempre una nostra amica. Non so chi e come introdusse il discorso della pittura, ricordo però che divenne il fulcro della serata, il parlare di Adele era talmente avvolgente e dolce che qualcuno dimenticò di mangiare e si accorse di ciò che aveva sul piatto solo quando ormai dovevamo uscire. Pagata la pizza, ognuno la sua visto che come al solito i soldi erano pochi e nessuno poteva permettersi di pagare per tutti, ci dirigemmo verso la sala dove ci aspettava un bel comitato d’accoglienza.
L’incontro si teneva a Mira un paese della riviera del brenta, lungo la strada che collega Venezia a Padova, in un panorama rilassante di campi e ville venete. Tutt’altro che rilassanti però erano le facce di chi ci aspettava, un gruppo piuttosto folto di cacciatori si era piazzato davanti all’ingresso della sala con tutta l’intenzione di non far parlare Adele. Noi tutti eravamo un po’ preoccupati temendo la situazione potesse degenerare, ma lei con una tranquillità disarmante li lasciò urlare senza dar loro la minima occasione per andare oltre. Alla fine l’assemblea non si tenne anche perché data l’assenza di forze dell’ordine era per noi, e per quanti avrebbero voluto ascoltare, impossibile entrare, ma se da un lato restammo delusi dall’altro restammo impressionati dalla tranquillità di Adele, senza mai perdere la calma continuò a regalarci le sue parole mentre tutt’attorno era un gran urlare e sfottere i radicali (lascio a voi il non difficile compito di immaginare gli epiteti). Un cosa in quella serata non riuscii a capire, e cioè se durante il suo ragionare tranquillo sia mai stata sfiorata come me dalla voglia di usare il suo bastone, diciamo, non proprio per sorreggersi.
Mentre scrivo di getto e, senza troppo riflettere, ripercorro quei momenti mi accorgo di avere sul volto un leggero sorriso, leggero come il suo ricordo che ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi da calore.
Un dubbio mi viene adesso: Adele avrebbe gradito questo scrivere di lei, questo omaggio, o avrebbe commentato come quando le si donava un mazzo di fiori?

Grazie Adele.