Al contrario di una maggioranza, una minoranza non dispone di un numero
considerevole di sostenitori e nemmeno, generalmente, di status e
autorevolezza riconosciuti.
Allora, che cosa le permette di esercitare influenza?
Secondo Moscovici è lo «stile di comportamento».
Una minoranza deve dare l’impressione di essere coinvolta, ferma e tenace nel
sostenere le proprie posizioni, che per definizione sono inedite e spesso
impopolari.
Dovrebbe apparire inoltre autonoma, indipendente, in grado di opporsi alle
pressioni della maggioranza senza sembrare dogmatica.
La sua arma migliore è la capacità di mantenere consistente il proprio
comportamento in vari momenti e nelle diverse situazioni.
In sostanza, il suo stile comportamentale deve possedere una «coerenza
diacronica» (conservazione della posizione nel tempo) e una «coerenza
sincronica» (conservazione dell’accordo tra più persone).
Moscovici ha condotto una serie di esperimenti per illustrare come una
minoranza possa cambiare la visione della maggioranza, fornendo risposte
consistenti. In uno di questi esperimenti i soggetti dovevano esprimere dei
giudizi sul colore di una serie di diapositive. Vennero costituiti gruppi di
sei membri, di cui due erano complici dello sperimentatore.
Prima di procedere fu accertato che non vi fossero anomalie percettive o
individuali tali da inficiare lo svolgimento del compito (ad es. daltonismo) e
che, conseguentemente, le stesse non potessero essere invocate dai soggetti a
spiegazione delle risposte fornite dai collaboratori dello sperimentatore.
In questo caso si dava una maggioranza ignara che subiva l’influenza di una
minoranza: i quattro soggetti comunicavano correttamente di vedere diapositive
blu ( il loro colore reale), mentre i due complici affermavano, per tutta la
serie di prove, di percepire il colore verde.
Rispetto al gruppo di controllo, in cui tutti i soggetti confermavano
l’evidenza, si è verificato uno spostamento dei giudizi della maggioranza verso
la posizione della minoranza nella misura dell’8 per cento. Possiamo quindi
affermare che una minoranza dotata di una posizione stabile nel tempo produce
una certa influenza sull’opinione della maggioranza.
Gli studi sui processi di influenza delle minoranze mostrano quindi che la
capacità di imprimere un cambiamento non dipende solo da un particolare “stile
comportamentale”, ma dalla combinazione di attributi (quale la credibilità) e
azioni (come l’impegno percepito) che inducono la maggioranza a prestare
attenzione alla voce della diversità.
"TRATTO DA A. ZAMPERINI, I. TESTONI, Psicologia Sociale, Einaudi 2002"
Quanto sopra riportato non vuole mettere in discussione la coerenza di
contenuti e di azioni, nel tempo e nello spazio, dell’area-partito radicale ma
portare ad una riflessione sulla mancata continuità “nella forma”…
Per dirne una:… una volta un amico mi chiese come mai i radicali, pur essendo
in pochi, si dividessero ogni volta in “lista pannella”, “antiproibizionisti”,
“lista bonino”… :-(
L’elettorato di fatto coglie questa discontinuita’ “di presenza”: chi ha
accesso ai mezzi d’informazione dell’area radicale puo’ sperare di comprenderne
il motivo ma le “casalinghe” perdono di vista, disorientate, un soggetto
politico che e’ di fatto l’unico partito storico italiano…
LA coerenza della forma – la scelta di proporsi sempre con lo stesso
nome-simbolo – premia nel breve e nel lungo periodo: ne è un esempio
rifondazione comunista che ha conquistato ormai uno zoccolo duro, anzi
durissimo, che si colloca sul 5-6%…
Alle regionali presentiamoci (possibilimente in una qualche coalizione) con il
nostro vero nome “radicali italiani”: verremo riconosciuti meglio e di piu’,
anche alle politiche…
Enrico Cappelletto
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