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 UE: DIRITTI UMANI; CONDANNA RUSSIA PER MORTI, ABUSI IN CECENIA CORTE STRASBURGO, VIOLATO RISPETTO DIRITTO ALLA VITA (ANSA)
STRASBURGO, 24 FEB - Giornata nera per la Russia alla Corte europea dei diritti umani, che ha oggi condannato Mosca per la morte di diversi civili ceceni, vittime dei soldati o dei bombardamenti russi, in una sentenza dopo le denunce avanzate da sei cittadini della repubblica secessionista. La sentenza fa riferimento a operazioni militari avvenute tra l'ottobre del 1999 e febbraio del 2000, e rappresenta la prima condanna emessa da Strasburgo contro la Russia per violazioni dei diritti dell'uomo commesse in Cecenia. Per puro caso, la denuncia è stata resa nota, inoltre, in coincidenza con l'incontro a Bratislava tra George W.Bush e Vladimir Putin, in cui è fra l'altro stato affrontato proprio il tema del rispetto della democrazia da parte di Mosca. Secondo i giudici, la Russia ha violato gli articoli della convenzione europea dei diritti umani, che assicurano il diritto alla vita. Delle sei denunce presentate contro Mosca, due si riferiscono ad accuse contro i soldati dell'armata russa relative a torture ed esecuzioni sommarie portate a termine a Grozny nel gennaio del 2000. I corpi di cinque familiari dei due ricorrenti sono stati rinvenuti crivellati da proiettili. Nel sottolineare la mancanza del rispetto «del diritto alla vita», la sentenza non esclude che le vittime siano state torturate. La Corte ha quindi ordinato alla Russia di risarcire con 15 mila e 20 mila euro, oltre all'obbligo di pagamento di altri 10.927 euro per spese legali. Il Tribunale si è inoltre pronunciato sulle richieste avanzate da tre donne per l'uccisione di tre familiari durante bombardamenti contro civili, nell'ottobre del 1999, in fuga da Grozny. Anche in questo caso, la Corte ha dato ragione ai ricorrenti, autorizzando un risarcimento pari a 57 mila euro, più 10.926 per le spese legali. L'ultima delle sei denunce è stata avanzata da una donna che ha perso un figlio e tre nipoti nel bombardamento contro un villaggio, nel febbraio del 2000. In questo caso, i giudici hanno ritenuto che il ricorso alle armi con una capacità di distruzione che supera i mille metri in una zona abitata, senza la previa evacuazione dei civili, è «incompatibile» con il livello delle precauzioni richiesto «in una società democratica».
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