4 giugno 2006 - Davvero incomprensibile in uno stato di diritto l’accanimento con cui alcuni
politici e giornalisti si prodigano nel tentivo di diffamare Sergio D’Elia e
la sua vicenda personale. Sembra che la possibiltà di mutare, di cambiare
radicalmente il modo di pensare ed agire non abbia cittadinanza in questo
paese, che le parole rieducazione e reinserimento del condannato scritte
nella nostra Costituzione per molti non abbiano alcun valore. Sembrano
essere invece molti coloro i quali vorrebbero una legislazione che, al pari
dei tanto biasimati stati integralisti, prevedesse per il condannato un
“debito di sangue” da pagare per ottenere il perdono dei familiari delle
vittime, che ritengono di dover marchiare il condannato con il marchio
indelebile dell’infamia.
Sergio D’Elia è stato condannato per omicidio nonostante, come dimostrato
dagli atti processuali, fosse lontano da Firenze al momento del fatto, non
fosse stato tra gli ideatori e gli esecutori materiali della tentata
evasione dal carcere delle Murate sfociata nell’uccisione dell’agente
Dionisi. Come lui stesso spiega nella lettera inviata al Presidente e ai
colleghi della Camera dei Deputati, reperibile sul sito
rosanelpugno.it, fu
condannato perché, come si usava in quel periodo, si ritenne che il
responsabile di un gruppo terroristico fosse comunque moralmente in concorso
con quanti materialmente agirono. Al processo si assunse in pieno ogni
responsabiltà non cercò nessuna autodifesa, neanche per gli avvenimenti ai
quali non aveva partecipato. Condannato a 30 anni, ridotti a 25 in appello e
poi dimezzati per la legge sulla dissociazione, dopo aver scontato
interamente i dodici anni di carcere è uscito e, nel 2000, è stato
completamente riabilitato con sentenza del Tribunale di Roma, riabilitazione
richiesta dallo stesso procuratore generale e sostenuta anche da decine di
lettere di vittime dei suoi reati, tra cui quella del capo della Digos di
Firenze.
Nel 1987 entra nel partito radicale per apprendere, come dichiara
pubblicamente, “la tecnica della speranza e della non violenza, un
sentimento della politica e della conoscenza, una filosofia politica e una
educazione sentimentale finalmente al servizio della Democrazia”. Il suo
impegno per questo sarà constante e continuo.
Sergio D’Elia è il segretario dell’associazione, da lui fondata, Nessuno
Tocchi Caino che si batte per l’abolizione della pena di morte nel mondo.
Grazie anche al suo lavoro in questi anni si sono ottenute 42 tra abolizioni
e moratorie della pena di morte, per pochissimi voti all’ONU non si è
riusciti ad ottenere l’approvazione del documento sulla moratoria
internazionale della pena capitale alla cui stesura aveva lavorato. Numerosi
gli attestati di stima ottenuti anche all'estero per il lavoro svolto da lui
e dalla sua associazione.
Oggi è stato eletto deputato nelle liste della Rosa nel Pugno, da membro di
un’organizzazione che combatteva lo Stato a suo rappresentate e difensore
delle sue leggi e istituzioni. Certo nessuno potrà ridare la vita all’agente
ucciso o sanare le ferite dei suoi familiari, ma questo suo lungo percorso
di maturazione e cambiamento dovrebbe essere riconosciuto come una vittoria
innanzi tutto da chi crede nei valori della democrazia, dello stato di
diritto e delle sue leggi, quei valori che hanno permesso la sconfitta del
terrorismo. Certamente sarà diversa l’analisi di chi a tali valori non crede
davvero.