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APPLAUSI A MANI NUDE Applausi di gratitudine a
piene mani. Applausi e solidarietà tra le
dita. Applausi, ne rammento
l’entusiasmo, ne ricordo il rumore. Applausi, rimbombare in un
Parlamento stracolmo di cuori impavidi e sentimenti alti di Giustizia…..
inadeguati al compito da affrontare, se non si approntano le risorse
necessarie riguardo alla dimensione umana di tanti e tanti casi anonimi,
blindati. Quanto è trascorso da allora?
Quanto tempo è scivolato addosso ai corpi, alle menti, quanti giorni sono
rimbalzati negli sguardi colmi di speranza di uomini incatenati e uomini
liberi? Quante promesse sono state
sparate sui muri di gomma innalzati a scudo delle coscienze, per le tante
preghiere offerte all’Uomo di bianco vestito. Ricordo bene il Pontefice,
ancor di più coloro che, un gradino più sotto, hanno ascoltato commossi e
ringraziato. Ripartiamo oggi con le frasi
fatte di ieri come se il tempo non portasse capelli bianchi, per il peso dei
conti, dei numeri, delle statistiche che quasi mai posseggono riferimenti
certi. E’ trascorso qualche mese,
tante stelle sono cadute nella polvere, mentre altre rimangono scolpite nel
firmamento, e danzano..…quasi a rotolare nella terra circondata di memorie prese a calci in bocca. Il tempo ha voltato pagina,
una sull’altra, a coprire giudizi e pregiudizi, senza una spinta per un
interesse collettivo che contempli un prima e un dopo davvero importanti, se affratellati da un durante
solidale. Il Pontefice è ancora
pellegrino, con gli occhi stanchi, oppressi non dalla stanchezza degli anni
sulle spalle, ma dal disincanto delle parole ricevute senz’anima, e dal
permanere di un carcere ferito dalla
sua drammaticità fallimentare. Il carcere rimane lì, in tutta
la sua solitudine creata a misura, ripiegato su se stesso, senza speranza. Disatteso e distante. Il carcere rimane lì, negli
scaracchi e nelle dimenticanze, indietro, nell’ultima fila, dove non esiste
attenzione per le persone; figuriamoci per la possibilità di un indulto che
spezzi la catena dei tanti, troppi suicidi del silenzio, di una recidiva che
s’arrampica con le dita rotte, in una
rivisitazione del passato divenuta impossibile. Al futuro del carcere sono
state estirpate virtù teologali quali la fede, la speranza, la carità, che
però dovrebbero sostenere la vita umana, il cammino di uomini bianchi e neri,
dei buoni e dei cattivi, di colpevoli e innocenti. Ricordo il Pontefice su quello
scranno, rammento quegli uomini cingerlo in un abbraccio, ho ben presente la
richiesta formulata all’uditorio in
festa. Richiesta di indulto, ma non
per tutti, solo per alcuni detenuti
con requisiti trasparenti, detenuti che di veramente pericoloso hanno la loro
disperazione, il loro nulla incatenato adesso e inchiodato libero domani. Niente indulto per il popolo
della galera, non ci sono le volontà politiche, né intenti pluralistici, non
c’è intesa tra gli schieramenti, manca una comprensione del perdono, di un ripensamento culturale,
non c’è possibilità di dare alla società di uomini liberi e di cittadini
detenuti, testimonianze reali, e non estremizzanti una realtà di per sè
disturbante. E allora ancora applausi per le leggi nuove, applausi per le difese a oltranza, applausi per gli uomini che rimangono sempre in piedi, applausi per chi non si piega e non si rompe. Nessun applauso invece per chi in prigione sopravvive, per chi si uccide, per chi non ha metri sufficienti per rivedersi e migliorarsi, per chi non ha più fede perché non gli è concessa speranza, e perché la pena senza rispetto della dignità umana non è vestita di carità. Vincenzo Andraous tutor Comunità Casa del Giovane Pavia |