|
BANDANE AL VENTO Caro Marco ti volevo bene ieri
arrampicato alle montagne, te ne voglio oggi disteso sulle tue miserie che
sono quelle che non si dicono. Ti voglio bene a dispetto dei soliti processi, delle
molteplici accuse mascherate da assoluzioni a buon mercato, delle
giustificazioni intriganti tutte spese in fretta per non inciampare in una bicicletta svenduta per una sorta di
malcelato disinteresse. Caro Marco, il popolo è con
te, la solita Gggggente sta al tuo fianco, muori tranquillo, perché non sei più solo, come lo sei stato fino a
un momento prima dell’ultimo respiro. Penso a te come al campione
che non sono mai stato, penso a te come agli eroi che incontro sulla mia
strada, sì, grandi uomini, tutti da scoprire, in cui credere, per non dovere accettare eredità e fardelli insopportabili. Penso a te senza la
televisione a farmi da conduttore, con poche parole giuridiche alle
spalle, con il dolore che hai
attraversato per intero; nonostante i
ruggiti ed i sorrisi regalati a piene mani. Penso a te e alle tue salite,
alla fatica che non ti ha mai fatto
indietreggiare, così riesco persino a
pensare alla mia storia, preferendo i
vicoli ciechi che non hanno portato
niente di buono. Caro amico, penso a te come a
un amore che finisce e non c’è giustizia per un’eccellenza andata al macero,
perché sei davvero amore che nella sua
assenza, ti piega da un lato,
lasciando l’altro scoperto al colpo che verrà, e ora non ci saranno inutili
commiserazioni a sollevarne il capo chino. Penso a te, come a un amore
che resta in disparte, che va a
morire e si confessa da sé, dipanando nebbie e maschere assunte, dove la mente ostinata ritorna ai
solchi incontrati e qualche volta malamente aggiunti, eppure valicati con la
fronte in alto. L’amore non finisce qui amico
mio, nonostante i pensieri divengano pesanti come fusti di quercia corrosi
dai rimpianti per le tante cose dette in fretta e mai del tutto soppesate. Nonostante i momenti trascorsi
diventano pagine di un libro letto dieci, cento, mille volte, ma volgendo
l’ultima pagina, poco prima della sua fine, ti accorgi sbigottito delle righe
scritte in una lingua incomprensibile. Tu sei stato amore assalito e
amore assalitore, amore che non concede tregua, amore che c’è, anche quando
sei inchiodato alla sua assenza, con elmo e lancia piegato dal vento dei ricordi. Sei un amore a cui le parole
restano incapaci di addomesticarne il senso per quell’ala spezzata che non
potrà più tracciare alcuna scia luminosa. Caro Marco sei davvero amore
che è sparo di diritto, mai taglio alle spalle, amore che non è una
fotografia impolverata dove i deserti scoperti insieme si ripresentano
inaspettatamente con la pena bieca dell’ultimo miserabile. Sei amore forte e profondo
perfino quando sfinisci e non ci sono altri tempi, altri momenti, altri spazi
da definire meglio, e neppure assonanze da trasformare in vicinanze. Sei così amore che l’unica
prossimità è l’inferno, adesso. Ma forse ieri con i suoi amori
non è migliore di oggi. Amico mio, la speranza è che era meglio domani. Vincenzo Andraous carcere di Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane Febbraio 2004 |