GLI IMPUTATI DI DOMANI

Quante volte ho sentito sostenere con estrema superficialità che i più  giovani, quelli che non hanno ancora quattordici anni, rimangono  impuniti  anche  quando sono protagonisti di accadimenti gravi, e appunto questa  possibilità ( di non essere imputati ) favorirebbe la devianza di altri  ragazzi che ne seguirebbero l'esempio devastante. Quando si tratta di giovanissimi allo sbaraglio, di giovanissimi a perdere,  come ho detto qualche tempo addietro in un'altra riflessione, di fronte  all'ennesimo giovane caduto in solitudine ai bordi delle strade, siamo  bravissimi ad additarne le colpe, contarne i misfatti, soppesarne gli  eventuali  dazi da pagare, difficilmente ne rammentiamo la storia, ancor  meno tentiamo di scandagliarne i pochi anni trascorsi per conoscere ciò che  ha prodotto il presente. Non lo facciamo, perché costerebbe troppo in termini di corresponsabilità,  costerebbe troppo a chi è indaffarato a non farsi disturbare dagli eventi  che incombono e intralciano le loro intoccabili e comode certezze. Eppure, per capire di più è sufficiente sbirciare nei registri di una  agenzia di controllo, di un centro servizi sociali per minori, oppure  visitare con occhi attenti e non morbosi una comunità terapeutica, una  comunità di recupero, per renderci conto di quanti giovanissimi, prelevati  da contesti-dissesti  famigliari, dall'evasione scolastica, da modelli di  riferimento autorevoli assenti e sostituiti  da quelli identificativi della  strada, sono "tradotti" e "accompagnati " in strutture protette, in forza di  un intervento pubblico obbligatorio che comunque  li sanziona nell'intento  di garantire la sicurezza propria e altrui. Fatti eclatanti ci spingono a condannare più che a pensare, fatti tragici ci  incattiviscono emotivamente, fatti assai pesanti che ci riguardano da vicino  anche se spesso ci illudiamo di essere a mille miglia di distanza. Non è mia intenzione riepilogare l'assunto colpa-pena-punizione,  tanto meno  ritornare sulla poca onestà intellettuale  di certi giudizi,  privi di  conoscenza delle cause e degli effetti che hanno prodotto quell'esplosione o  implosione di aggressività. Piuttosto vorrei rilevare la difficoltà di un intervento su un giovanissimo  a cui sono state recise radici.. ancora non meglio identificate. Giovani che hanno poca dimestichezza  con il mondo delle proprie emozioni,   che disconoscono gli affetti, il più delle volte negati, che nascondono  profondi spazi di dolore, che graffiano e spingono per abbandonare il palo a  cui sono stati relegati. Giovani a cui chiedere " ma tu sai sognare?", e magari a chi formula la  domanda i sogni sono fuggiti via da tempo e neppure lo sa. E' difficile intervenire, ed è difficile farlo rimanendo distaccati, ci sono  banalità in grosse quantità da spendere per non fare i conti con le eredità  che ci portiamo addosso e che noi stessi lasciamo in giro come mine vaganti. Questi ragazzi giungono anonimamente nelle comunità, sembrano sparuti gruppi  di tartarughine che tentano di risalire le dune sabbiose per guadagnare il  mare. Sono fragili e incompiuti. Lo sono davvero. Così si tenta di correre ai ripari, studiandone le lacerazioni subite, le  assenze rimaste inaccettate, gli abbandoni percepiti come tradimenti. Ci si imbatte  in situazioni non sempre chiare o riconducibili a quadri  clinici  definiti,  in veri e propri mascheramenti, dove dietro i soliti  trasgressivi  che saltano le finestre di casa, gli appuntamenti in  classe,   infrangono le poche regole dell'amore, ebbene dietro ciò si celano quei  ragazzi che non sono pronti a vivere, ma sopravvivono nelle disattenzioni e  nel disamore di chi li ha dimenticati. Ragazzi silenziosi, ragazzi assordanti, ragazzi maneschi, ragazzi  invisibili, dove il prima è scomparso e il dopo è seppellito, ragazzi hic et  nunc, dove i domani sono davvero deprivati di qualsiasi ipoteca. Ragazzi svegli e ragazzi addormentati, ragazzi sani e ragazzi malati,  ragazzi che non camminano se non sono guidati, ragazzi che hanno bisogno di  essere accompagnati, perché davvero affaticati, ma non ci domandiamo a  sufficienza da chi e da che cosa. Qualcuno ha definito questi ragazzi iracondi, io li definisco il resto della  pura logica dei conti, eppure e nonostante le incomprensioni che derivano  dalle varie ideologie psichiatriche e psicoanalitiche, tra nevrosi e  psicosi, in mezzo a quella terra di nessuno permangono inalterati i  risultati delle nostre distruttive ipnosi collettive, quelle proiezioni  dell'ombra che fanno più vittime  di una guerra santa. Così, oltre ad imbatterci in giovanissimi lasciati soli, dobbiamo fare i  conti con le loro imprevedibilità, con i nostri fallimenti per  la loro  incapacità di percepire il mondo per quello che è, non accettando e non  adattandosi alle nostre retoriche, al nostro senno del poi, al nostro  esserci dopo... In queste condizioni c'è tutta la difficoltà di aiutare e di sentire quel  disagio salire, c'è il pericolo di apparire come la figura mancante, come  colui che non c'è stato e ora c'è, ma non lo è. Allora non basta lo stoicismo  della sopportazione, non è più sufficiente  essere presenti con il tempo e magari con il denaro, per rendere autentica  la collaborazione e la cooperazione, perché imprevedibile in tutta la sua  prevedibilità rimane la pura recita dei ruoli, nonché delle spettanze per  chi conduce "influenzato"  da una certa onnipotenza infantile. Ragazzi in fila per tre attendono di conoscere il luogo del dolore che è  dentro di loro, ma nuovamente le difficoltà irrompono, e nella ricerca  del  linguaggio, dei gesti, dei toni della voce, e nella tentazione di imporre la  propria visione del mondo a chi rappresentazioni dell'universo ancora non  ha, accade che chi conduce confonda il pericolo della patologia con la  consuetudine adolescenziale. Accade che si perda contatto con la realtà a nostra volta, che perda  significato ciò che è, o ne acquisti più di ciò che vorremmo, perché questo  espone meno al dolore di una delusione, di un fallimento. Siamo poco consapevoli di non essere efficaci nell'insegnamento, ancor meno  di non fare troppo caso alle menzogne reiterate, alle interruzioni  dialettiche, ai licenziamenti relazionali, alle separazioni affettive, siamo  disattenti e qualche volta disamorati a tal punto da credere che ragazzi  così, bisogna ternerceli così, dimenticando che quel ragazzo ha le stesse  potenzialità degli altri, e... chiaramente un problema in più, un problema  in più che  spesso non è avvertito o  percepito in tempo, soprattutto non è  curato con l'amore dei no,  rispetto alla corresponsabilità dei tanti sì,  elargiti nel poco tempo a disposizione e nella disabitudine alla fatica. Questo è un atteggiamento educativo ingannevolmente compassionevole,   aggiunge al danno la beffa,  fanno da corollario alla sofferenza le  etichette costruite a misura, e non assolvono dalla incapacità di accorciare  le distanze tra noi e questi "ragazzi a perdere". Forse è il caso di farci carico di questo male, che trasferiamo sovente  sugli altri,  radicando nei più giovani una solitudine per lo più imposta,  dove travestiamo di mete educative le  nostre rese e  le nostre  insoddisfazioni.

 

Vincenzo Andraous

tutor Comunità Casa del Giovane

23-5-2003 Pavia

 

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