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INGIUSTIZIA DELL’INDIFFERENZA Finchè qualcosa di grave non
ci tocca da vicino, potrebbe cadere il mondo, noi ci spostiamo di quel tanto,
da non rimanerne coinvolti. Sarà pure un meccanismo di
difesa, ma è anche un atteggiamento che incrina la convivenza civile e logora
il mantenimento di una coscienza civile non subordinata all’indifferenza di
turno. E’ ciò che ho pensato quando
un amico che non incontravo da alcuni anni mi ha raccontato di essere finito
in carcere per due mesi. Ho ricordato le sue battute di un tempo, quasi mi veniva da ridere, proprio lui, che in più di una occasione mi aveva ribadito con
tono liquidatorio, che non avrebbe mai avuto a che fare con il carcere,
figuriamoci con i carcerati, ebbene
proprio lui ci era finito dentro testa e piedi. Lo guardavo disegnare la
disperazione dell’ingiustizia marchiata sulla pelle e pensavo come a volte il
destino decanta lodi che ci riportano all’inizio delle nostre storie mentre
noi siamo cambiati irrimediabilmente. Il mio amico ricordava quell’esperienza
di offese, di umiliazioni, di dignità svendute a poco prezzo nei metri a
perdere perché mancanti, le serrature chiuse a sbattere, le grida e le
ristrettezze, la libertà scomparsa e
la sopravvivenza concessa con il contagocce. Parlava di uomini diventati
invisibili, di catene strette alla vita, di parole al macero, di dialoghi
dispersi, di ascolto dimenticato, di
un abbandono scelto per non avere altre scelte. Parlava di cose mai viste;
purtroppo vissute tragicamente in accezioni che mai possono essere
confermate, di filosofie disarmate al punto da apparire “ umane, troppo umane
“ in miserie disumane inenarrabili. Il mio amico parlava e le sue
mani non stavano mai ferme, come i suoi occhi, impauriti al punto da
aggredirmi se non fossi rimasto ad ascoltarlo. Ho pensato a come il carcere
assolva al meglio la sua funzione di salvaguardia della collettività, ho
ripensato alla fisicità di una prigione, che non è quella dei films, dei
libri, di coloro che ci finiscono dentro per un motivo o per un altro, e poco
importa se oltre a pagare pegno per il male fatto, ne pagano un altro assai
maggiore in termini di umanità derelitta e sconfitta. Il mio amico parlava ed io
pensavo a quanto è importante la Giustizia per i politici che fanno le leggi,
per i magistrati che condannano, per tutti gli uomini perbene…..tranne che
per chi in carcere ne invoca uno spicchio, avendone infranto la parte più
alta. Ho pensato a come contenere e
incapacitare non significhi prevenire, tanto meno rieducare, risocializzare,
soprattutto non sottenda sperare. Il mio amico balbettava di Dio
fatto a pezzi e di Santi costretti alla diaspora, io pensavo ad una equazione
e al danno che ne deriva, nella
richiesta di una giusta e doverosa esigenza di giustizia per chi è stato lacerato,
di contro alla ingiusta e indoverosa esigenza di indifferenza nei riguardi di
chi in carcere è obbligato a sopravvivere. Colpevoli e innocenti, per due
giorni, per due mesi, per vent’anni, varcano i cancelli di un carcere, opera sgangherata eretta a difesa
della vita umana e nell’illusione di
migliorare gli uomini, affinché non ritornino a delinquere. Penso che debba esistere, sì,
un dazio da pagare, ma in un percorso e in un tragitto per ritornare a essere
uomini nuovi. E invece quanti in quelle
celle non raggiungeranno alcuna consapevolezza, alcun equilibrio, alcuna
conoscenza di se stessi, perché sconosciuti se non distaccati. Mi chiedo allora se c’è
attenzione e intervento per chi annega nella propria nevrosi, al punto da
arrampicarsi nella psicosi, oppure questo contenitore disturbato chiamato
prigione, è dichiaratamente terra di nessuno, dove i numeri sono la somma che conta e non la fatica
dell’accompagnare. Sto osservando il mio amico
fare ritorno a ciò che resta della
sua vita, lo guardo salire in macchina e scomparire oltre la curva, e mi
rendo conto di non avere fatto caso ai motivi che l’hanno condotto in una cella, ma la risposta è lì, in
superficie. Avevo di fronte una persona,
che mi parlava di un tempo e di uno spazio lunghi due mesi, dove il mondo era
sprofondato ben al di sotto della sua colpa, del reato che aveva commesso. Ma forse è questa la Giustizia
che ci assolve dalla nostra indifferenza. Vincenzo Andraous |