|
A NOI E NON AGLI ALTRI Qualcuno mi ha insegnato che NOI
siamo la società, non gli altri, “società” non è solo una parola detta in
fretta per non dire nulla, quindi NOI possiamo e dobbiamo
migliorarci. Ogni tanto in quest’Italia dai
sobbalzi disincantati ci accorgiamo della presenza di problemi che rimangono
insoluti. Problemi più volte individuati
e rispediti al mittente. Problemi di equità legati alla
nascita di una Giustizia alta, perché giusta. Problemi che fanno irruzione
ogni qualvolta vengono intaccate quelle garanzie e quei diritti fino a un
momento prima ritenuti inalienabili. Sono problemi che ad un primo esame possono essere ricondotti ad un inciampo del meccanismo giudiziario o penale, ma a ben guardare riguardano invece noi tutti, intesi come collettività, come parte attiva e itinerante della nostra società. Problemi che ci riguardano
davvero da vicino, nelle persone ammanettate, arrestate, condotte in carcere,
e fin qui non c’è nulla da eccepire…credo…... Persone prelevate sul posto di
lavoro, nella propria abitazione, di fronte
ai propri figli ed ai parenti,
persone poste in carcere, in isolamento,
in una situazione di incapacitazione, perché ritenute socialmente
pericolose. Persone con i braccialetti ai
polsi, arrestate, chiuse in galera, e rilasciate a seguito di interrogatori
chiarificatori. Persone che nel frattempo sono
rimaste schiantate dall’incontro devastante con una realtà carceraria
disperata e disperante, dove il rispetto della dignità ha lasciato il posto
all’indifferenza, al punto da diventare consuetudine. Persino l’umanità non
ha più un solo volto, ma doppie e triple identità, a seconda dell’esigenza
più prossima. Il risultato di questa azione
di Giustizia è poco rassicurante, ma in quanti sentiamo il bisogno di
lavorare su NOI stessi, per tentare di migliorare il sistema,
questo andazzo sgangherato delle cose, che volenti o nolenti ci
appartengono…..nonostante tutto. E’ bestemmia l’errore
grossolano, è insopportabile la lacerazione disgregante per l’ingresso
precipitoso in un luogo di dolore così profondo come il pubblico disprezzo. E’ un disagio che aggredisce
per l’inaccettabilità di un accidente non cercato, è terrificante l’impatto
con la follia lucida di uno spazio ristretto e di un tempo dilatato a dismisura, dove rumori e
suoni sono grida inascoltate…..in ogni cella di una prigione. L’incontro con queste non
dimensioni è uno scontro impari, ci riconsegna le persone cambiate, perché
sovente ne escono distrutte, ma non trasforma le nostre eleganti ipocrisie,
le nostre belle e comode certezze: “ perché a noi non potrà mai
accadere”……………. Improvvisamente ci accorgiamo
però che in carcere ci finisce il
salumiere come l’operaio, il docente come
il giudice, allora il mondo crolla come i suoi falsi miti, e le parole
vengono meno, come la pietà non più reperibile, perché fuggita via umiliata
dal tintinnio delle manette e dall’incombere di una cella sporca. Ci scandalizziamo sempre…o
quasi, con il senno del poi, cultura questa che sottoscrive la nostra
ottusità e cecità verso l’altro. Ci infervoriamo immediatamente
quando siamo toccati da vicino, ma rimaniamo indifferenti quando ciò colpisce
chi magari è già affaticato. Ci preoccupiamo se il sistema
ci consegna pari e… dispari alla tragedia, ma è una preoccupazione che
comunque non ci obbliga ad agire secondo coscienza per migliorare lo stato
delle cose, bensì ci si limita ad
affermare: “ meno male che non è capitato a me “. Questo modo di pensare, di
vivere, racchiude in sé i germi di una ulteriore tragedia, perché rappresenta
quell’ipocrisia di cui parlavo poc’anzi, con l’aggiunta di una new entry, l’egoismo, per cui gli altri
sono comunque estranei, tutto mi è estraneo, finchè non tocca me….al punto da
cambiarmi. In queste righe c’è tutto il mio disagio per non sapere
offrire una proposta credibile per evitare che quel dolore ci colpisca alle
spalle, ma forse e più semplicemente sarebbe più consono per ognuno e
ciascuno, per il mio pari e per lo straniero che è in me, comprendere una
volta di più, l’importanza di mostrare ciò che si è, nel momento più
difficile, perché proprio in questa durezza c’è la possibilità di crescere INSIEME,
di liberarci davvero delle ipocrisie consolidate. Una crescita che accompagna la
nascita di un nuovo progetto esistenziale, dove al mostrare qualche lacrima
per il nostro dolore, opponiamo la nostra capacità e il nostro coraggio di
trasformare noi stessi e ciò che ci circonda, smettendo i panni dei migliori,
che forse e spesso non siamo. Vincenzo Andraous Carcere di Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane 1-5-2003-Pavia |