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OMERTA’ NON STA A SOLIDARIETA’ Quel
giorno la professoressa di italiano tentava di spiegarci che il destino non è
una mera fatalità, bensì siamo noi a tracciarne il senso. Aveva
ragione da vendere, ma io non volli acquistarne neppure un grammo, tant'è che
le lanciai una matita, colpendola alle spalle. "Chi
è stato?". Il silenzio fu l' unica risposta. Venne il Preside, minacciò
la sospensione per tutti, se non fosse saltato fuori il colpevole, ma il
mutismo non consentì alcun dialogo, mentre io mi sentivo fiero della mia
bravata, e protetto dal silenzio dei compagni. Ora
so che fu un errore, scambiare quell'accadimento meschino per una forma di
solidarietà. Lentamente
ma inesorabilmente piombai nel baratro più oscuro, e uscirne non è stato
facile. Ho ricordato questo episodio adolescenziale, perché nella Comunità
"Casa del Giovane" dove seguo e accompagno giovanissimi e minori,
mi è capitato di assistere a qualcosa di terribilmente simile: come una
storia sovente ripetuta, senza che alcuno riesca a coglierne l'insegnamento. E'
sottile, quasi invisibile, il confine che separa il sentimento della
solidarietà dall'omertà, ma quest'ultima non ha parentela con ciò che nasce
spontaneo verso l'altro, ciò che spinge e affianca chi è affaticato, perché
la solidarietà è un sentimento che nasce con forza, con amore, con verità,
per poi ritirarsi senza clamori. Invece l'omertà è un mezzo per rendere
sicura la prepotenza e la prevaricazione, dove i pochi si nascondono dietro i
tanti, e soprattutto, a differenza della solidarietà, è una subcultura che
consente di far pagare ad altri il prezzo della propria inutilità. Altri
giovani hanno condiviso la trasgressione con quel minore, ma rimangono in
silenzio, defilati, nella convinzione che l'importante è "farla
franca". Ecco
che allora diventa prioritario, urgente, intervenire, perché non rimangano
seduti comodamente nell'ultima fila. Proprio in questa cecità ottusa occorre
imprimere il visto di entrata al cuore, e comprendere che è certamente una
sola la via da seguire, cioè quella del sentire il richiamo della solidarietà
vera, quel sentimento che ci induce a farci avanti, a non nasconderci
supinamente. Non
so se oggi, come ieri, questi fraintendimenti dolorosi che assalgono i più
giovani sono il risultato di una ingiustizia sociale, che moltiplica i casi
di emarginazione, di protesta e di disagio. Però
sono certo che non saranno le parole, i libri, a salvare chicchessia dal
proprio destino. Educare
significa non tirarsi indietro, ma avanzare con il bagaglio delle proprie
esperienze, come somma degli errori, per porsi a diga di ogni facile
conclusione: perché solo in questa direzione può esistere una politica
sociale degna di questo nome, che possa partorire giustizia. Per addivenire a questa nuova cultura, occorre, ineludibile, una condizione: il diritto alla vita e alla tutela di ogni minore passa attraverso un'azione collettiva, dove nessuno può chiamarsi fuori. Vincenzo Andraous carcere di Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane |