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COME PUGNI NELLO STOMACO Durante la Santa Messa il
sacerdote ha esordito nella sua omelia
puntando il dito verso coloro che sono artisti delle parole, di quelle
parole che una sull’altra, sottoscrivono l’epitaffio dell’alleanza umana. Il sacerdote per un momento ha
dimenticato Dio sull’altare, lo ha fatto
consapevole di dover strattonare forte chi con leggerezza esprime giudizi sulle persone, sentenzia e
condanna, neppure conoscendone la storia personale, il vissuto, il dolore e
magari le assenze. Sono rimasto ad ascoltare, mi
sono guardato intorno, e seppure tra tante altre persone, mi sono sentito
solo, rannicchiato in me stesso, a domandarmi quante volte anch’io ho
timbrato il passaporto della solitudine altrui. Quel prete per un istante ha
lasciato Dio ad ascoltare, lo ha fatto per chiamarci più vicino, mentre noi
ce ne stiamo inginocchiati a pregare, inconsapevoli di quel Dio, ora,
abbarbicato in un angolo ad osservare. Intorno a me non c’è sbigottimento, ogni cosa è al suo posto, tutto è nell’ordine delle cose, perché non ci tocca da vicino, infatti Dio è stato messo momentaneamente all’asta, non certo a causa nostra, ma per qualcun altro… a cui è diretto lo strale. Forse quel prete esagera, è
andato oltre il cristallo opaco delle intenzioni, forse è davvero così, ma in
quella negazione all’onestà intellettuale, alla tolleranza umana, all’amore
che è vita perché “siamo insieme”, Dio sta agli altri, come in questa casa
del Crocifisso, appeso nudo alle parole di ieri che dovrebbero insegnare. Quelle tante e troppe parole
che servono sovente per autoaffermarci a scapito di chi sta dietro. Quelle parole che non hanno
Fede né ideologie come eredità
contrapposte, bensì indifferenza per ogni ascolto della ragione e del cuore,
per privilegiare noi stessi in avanti a prenderci i primi posti. Il prete guarda davanti a sé,
senza cattedra a intimorire, negli occhi il dubbio di avere colpito nel
segno. Nella sua fatica c’è il suo
coraggio, mentre il silenzio invade ogni spazio e inibisce al fondo di ogni
ottusità. A volte essere o cambiare è
davvero un lento percorso a ritroso, disturbante al punto che il tempo
accelera e rallenta: noi ce ne accorgiamo, ma non siamo onesti fino in fondo
per ammettere che l’universo che tentiamo di vivere è di tante dimensioni, e noi non ne sappiamo niente, neanche del
nostro vicino, che invece crocifiggiamo per diletto. Quel prete ci sta dicendo che
siamo tutti uomini in cammino, con i nostri
dubbi al seguito, bisognosi di essere compresi tanto da prostituirci alle parole, quelle parole
che assecondano ogni istanza di ringraziamento, e fanno sì che Dio c’è, ma se
accade che la sofferenza di una rinuncia o di un sacrificio ci sfiora le
membra, allora quel Dio amato, diventa un pezzo di legno tarlato dalle nostre
stesse parole. Rileggo queste righe e dentro di esse vedo la storia a tappe di una ben nota Via Crucis, ma è talmente lontana dalla memoria da sembrare una normale tragedia, la quale non spinge ad alcun rimorso, neppure quando additiamo un uomo forse migliore di noi. Vincenzo Andraous carcere di Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane Settembre 2003 |