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IL RAGLIO DEL MULO Quattro morti, a Rozzano,
diventati presenze costanti, per
chiederci perché quel ragazzo abbia fatto “piazza pulita” persino di chi era
lì per caso. La domanda è già risposta, così evidente da sembrare sociologia
spicciola parlarne. Di certo non c’è malavita organizzata dietro questo
schiantarsi della ragione, neppure professionisti del crimine. C’è solamente una periferia invisibile, un
territorio vivo, ma dimenticato per il carico della sua eredità. Un bullismo che si è
trasformato in gangs che combattono altre schiere di pari. Un bullismo
carismatico che vorrebbe colmare dei vuoti lasciati da pezzi importanti di
malavita sconfitta, incarcerata, o depredata della stessa vita. C’è una generazione di
maledetti per vocazione che a forza irrompe negli spicchi di periferia
lasciati senza padroni né custodi educazionali. Una colonna di impavidi per
età, per inesperienza, per solitudine, che imperversa nelle mancanze altrui,
a cominciare da quelle della strada,
dove non esiste più regola, né valore, figuriamoci ideale, tant’è che il
disvalore non è più solo la spiegazione acculturata di una negatività, è
soprattutto ciò che campeggia sui sellini degli scooter ben allineati ai
margini della via. Quattro morti, colpevoli di
non essere duri e prepotenti a sufficienza, o turisti innocenti di una sera. Rileggo le cronache del
misfatto, gli sforzi letterari per rendere meno ostico il messaggio che
traspare, ma in queste morti c’è poco spazio per qualsivoglia letteratura
noir, romanticismo o nostalgia criminale di altri tempi. Mi torna in mente la
sofferenza che ho provato per il raglio di un mulo ferito a morte, un raglio
che ti penetra sottopelle, ti grida dentro le ossa, fino a farti impazzire
per non ascoltarlo più. La gente discute della
sparatoria, a me tornano in mente le parole scritte nel suo ultimo libro dal
mio amico Erri: “ La vergogna del sangue, vergogna che paralizza più
dell’ira”. Non mi viene facile,
concludere con una sentenza, con un’altra condanna del colpevole, troppo
facile e scontato l’epitaffio. Mi viene più fisico e dunque
meno caritatevole il disagio per quella vergogna che dovrebbe assalire;
“intero il corpo e la mente, per
tanto sangue offeso e umiliato. Vergogna del dolore e vergogna del sangue “. Quando la vergogna entra nelle
case disabitate dal cuore, non c’è più giustificazione che tenga, né risposta
che possa bastare. Se c’è vergogna che bussa alla tua porta, essa non è
miracolo di qualche seduta di psicoanalisi, piuttosto è capolinea di ogni trasgressione. E’ ultima stazione
concessa alla cecità dell’esser contro sempre e comunque. E’ spettro di
ghigliottina per ogni colpevole accettazione di un folklore metropolitano che
genera cultura dei totem del branco. Quando le nocche delle dita
sono sbucciate, e nelle orecchie stride il rumore dei denti spezzati, allora
è davvero il momento di mettersi lo zaino in spalla, cacciandovi dentro le
armi di offesa e di difesa della propria ottusità e delle proprie miserie, in
codici d’onore presi a calci dalla storia, e ogni volta riesumati in
occasioni tutte a perdere. Adesso c’è chi piange, chi
minaccia, chi accusa, chi difende, e c’è pure chi nuovamente e più
colpevolmente volge le spalle al reale intorno. Quando accade la mattanza, si
tenta inutilmente di esorcizzare il male con qualche parentesi a effetto,
senza però denunciare le morti per difetto. Nella tragedia di Rozzano, c’è
ancorata e dilacerata, la torsione delle emozioni, sotto il peso dei pensieri
circoncisi e imprigionati dalle assenze all’intorno, c’è il dolore della perdita,
ma c’è anche l’esaltazione della zona franca, dove tutto è stato sempre
condiviso, dove c’è soprattutto da difendere la rampa di lancio per
continuare a fare proselitismo tra i più giovani, quelli più esposti
all’innamoramento del “ sono tosto “. Dentro a tutto questo c’è lo
spinello, quello deposto come un fiore, e l’altro da fumare, comunque droga
sbagliata. Lo spinello che diventa
simbolo di un associazionismo
diverso, ma assai ben conosciuto, dove il fumo che scende ai polmoni
si tramuta in propellente che lega a filo doppio quei clan di bambini adulti. Giunti a conclusione delle interviste emotivamente sconclusionate, forse stasera ci sarà qualcuno che farà un passo indietro per la vergogna. Vincenzo Andraous tutor Comunità Casa del Giovane Agosto 2003 |