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DALL’ULTIMA FILA Mi chiedo spesso se sia giusto
o meno esprimere un’opinione, un dissenso, una condivisione, alla luce della
mia condizione. Intendo dire se sia meglio
tacere, rimanere in ultima fila, nel rifugio più comodo, oppure chiedere di
prendere la parola, in forza di una responsabilità ripristinata dai passi
fatti in avanti in anni di inciampi e di crescita personale. Adoperare la parola nella
speranza di fornire spunti per una riflessione prospettica, non certamente
per fomentare una polemica inaridente. Trent’anni di carcere scontati
non sono pochi, è un periodo lungo, ed anche se oggi usufruisco della
semilibertà, continuo a essere un detenuto, soggetto agli ordinamenti
penitenziari, alle molte limitazioni
e prescrizioni. Al mio rientro serale in
carcere, ho letto sul Corriere della Sera di mercoledì 6 agosto l’articolo
del Prof. Della Loggia, e giovedì 7 la risposta del Ministro Castelli, sulle
molteplici problematiche del carcere italiano. Entrambi hanno scandagliato il “pianeta sconosciuto“ con occhi attenti, ma giungendo a conclusioni assai diverse: come se il film visto fosse stato uno solo, ma stranamente e incredibilmente memorizzandone una storia diversa, con protagonisti diversi. Leggo che il carcere che ci
ritroviamo è un buco nero terribile, poi leggo il giorno dopo che invece non
è poi così……malandato, anzi. Davanti a dicotomie così
repentine, a verità così devastanti per interpretazione, a fatti oggettivi che
diventano filosofie astratte, un cittadino comune cosa può e deve pensare? Di certo se già è
indifferente, distaccato, da rifiutare di interessarsi del proprio vicino
caduto in disgrazia, questa contrapposizione servirà unicamente a renderlo
più diffidente e vendicativo nei riguardi di chi ha sbagliato; “infatti è
anche da questa discrepanza che si creano le basi per lo sgretolamento del
senso di sicurezza: discrepanza tra ciò che è realmente, e ciò che si
vorrebbe fare apparire”. Ma al male non si risponde con
altro male, bensì con la fermezza dell’umanità ritrovata, la quale non ha
occhi da utopista né da illusionista, ma comportamenti coerenti con lo
spirito delle leggi, quelle vigenti, non quelle altre a venire che sanno di
scartoffie impolverate. Qualche volta occorre scendere
dal proscenio e prendere atto che il carcere è ridotto come è, anche a causa
di alcune leggi in disuso, le quali
non sono mai state correttamente
applicate, e di questo scempio la colpa
è antica, risale a ieri, all’altro ieri, anzi forse a domani. Infatti non porta voti né
santificazioni occuparsi seriamente della galera, non è salutare guardare con
pietà a chi sbaglia e deve pagare, non è innovativo a sufficienza spendere di
più per prevenire e mettere mano alle leggi esistenti per renderle davvero
operative, quindi efficienti ed efficaci.
Sono trent’anni che sopravvivo
in carcere, e non mi pare che la prigione odierna sia uno spazio vivibile,
accettabile, DIGNITOSO, certamente è un luogo del dolore migliorato rispetto
a ieri, ma rimane un contenitore più di numeri che di persone, siano essi
detenuti o operatori. Non può bastare la
giustificazione che in carcere ci sono operatori ( Direttori, Educatori,
Agenti, Psicologi, Assistenti Sociali, Volontari ecc,) che per colmare le
assenze ed i vuoti istituzionali,
debbono lavorare il doppio o il triplo, per tentare di fare andare bene le cose. Perché quei pochi operatori
che scelgono di lavorare oltre che per la giustissima pagnotta anche per una
vera e propria mission, non passerà
molto tempo che si saranno arresi: sotto il peso del burn-out, per mancanza
di risorse, di strumenti, circondati
dalla frustrazione per l’assenza di
una precisa volontà politica. Relegare la discussione ai
principi generali, è cosa facile, non si corre il rischio dell’offesa, né di
un calo di popolarità, ma il discorso cambia e l’analisi diventa
spietata, quando si spogliano delle
armature le reali condizioni del
carcere, le reali intenzioni che si
hanno sul penitenziario, i reali investimenti che si fanno nel penitenziario. Credo che queste
sottolineature non consentano ad alcuno
di alterare le emergenze, attraverso una sorta di ermetismo a effetto. Equiparare, standardizzare,
con un unico modello europeo, partendo
dalla nostra Organizzazione Penitenziaria? Potrebbe essere un buon
viatico per rendere finalmente più umano ciò che è disumano, per osservare da
vicino le differenze abissali dei codici penali, i carichi diversi dei tetti
delle condanne, la qualità delle pene erogate e la quantità di quelle
scontate. Potrebbe davvero servire a
comprendere che ergastolo non può significare, dieci vite in una a morire, ma
che 30 anni sono 30 anni, e costringere qualcuno a farne di più, equivale al
plotone di esecuzione, non a riabilitare. Le misure alternative, quelle
che dovrebbero fornire un senso tangibile a ogni percorso di ricostruzione
intramurario, rimangono per molti versi una chimera, non solo perché mancano
le figure Istituzionali di riferimento, a cui è demandato il compito
dell’osservazione e trattamento del detenuto, ma perché gli Uffici di
Sorveglianza sempre più caricati di nuovi impegni, non riescono evadere per
tempo le istanze, né prendere in esame le eventuali richieste di quei
detenuti in possesso dei requisiti necessari. Trattamento rieducativo, spazi
di socialità effettivi, Agenti di Polizia Penitenziaria in esubero per
garantirne il corretto svolgimento, educatori e figure di riferimento in
numero appropriato per certificarne la qualità, sanità ad hoc per dentature
mancanti, lavoro per i detenuti e garanzie minime di sopravvivenza per tutti
? Se occorre una dentiera lo
stato paga? E se occorre un medicinale particolare? Una cura particolare ? Io
so che la spesa sanitaria in carcere è stata tagliata e non di poco. Il lavoro è lo strumento
principe di ogni trattamento rieducativo, di qualunque pedagogia dell’errore,
eppure il lavoro che c’è, è quello che non esiste, e se anche ve ne fosse, è
ridotto all’osso, perché anche questo capitolo ha subito tagli abnormi. Sul carcere occorre veramente
sperare l’insperabile, non certamente con quell’indultino da poco speso male,
che non sottrarrà alcuno dal proprio dolore,
e non condurrà ad alcuna soluzione dei problemi endemici
all’Organizzazione Penitenziaria. Non è con le leggine
martoriate dai pensamenti-ripensamenti che si eviteranno i tanti e troppi
suicidi silenziosi, le recidive galoppanti, le critiche incongruenti agli
Abele, ai Caino. In queste righe c’è poca
proposta, servirebbe altro per rendere “Alta una Giustizia che solo
apparentemente è sotto lo stesso cielo, perché ciascuno possiede il proprio
orizzonte per carpirne il riflesso
migliore”. Il caldo sta turbando le
giornate e le notti di tanti cittadini incolpevoli, ma so anche che in una
cella sovraffollata, senza alcun confort, occorre morire due volte, per
arrivare a sera e poi a mattina ancora vivi. Dunque della dignità foss’anche dell’ultimo degli uomini ne parliamo un’altra volta. Vincenzo Andraous carcerere di Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane Agosto 2003 |