Il lavoro di preparazione dello Statuto del Veneto, dopo ormai quasi 4 anni dalle elezioni regionali, continua a non sciogliere il nodo di fondo della questione istituzionale: il Presidente del Veneto diventerà finalmente un Governatore "all'americana", che rappresenta direttamente i cittadini e il territorio, oppure sarà sempre più un custode della frammentazione partitica, al tempo stesso oggetto e bersaglio delle risse di coalizione? I Consiglieri regionali saranno eletti dai partiti con sistema elettorale proporzionale misto a maggioritario, oppure direttamente dai cittadini con il maggioritario "secco"? Il dibattito - così com'è stato incanalato finora - sembra indirizzarsi decisamente verso la soluzione della replica a Venezia di un modello politico se possibile peggiore di quello operante a Roma. La decisione di rinviare ogni scelta sulla legge elettorale, come se fosse questione scollegata dalle decisioni sulla forma di Governo, è l'elemento emblematico della rinuncia a un progetto riformatore. Eppure l'89% dei veneti aveva votato a favore del sistema elettorale maggioritario in occasione del referendum tradito del '93, e poi il 91% nel '99 e l'80% nel 2000, raggiungendo in entrambi i casi il quorum, mancato a livello nazionale. Un importante dispiegamento di personalità e forze sociali, con in testa Unindustria, aveva dal Veneto sostenuto quel tentativo di riforma nazionale per un modello di tipo anglosassone. Se è vero, come è vero, che oggi il problema si ripropone tale e quale per il Veneto, a chi giova fare finta che quel consenso non sia mai stato espresso? La Consigliera regionale Claudia Cadorin, del Gruppo Riformatori Liberali, ha presentato una proposta per un sistema elettorale maggioritario uninominale a un turno che, come Radicali italiani, abbiamo pubblicamente sostenuto. Il Consiglio regionale invece ha preferito occuparsi d'altro, ad esempio della proposta leghista di affermazione del "popolo veneto", utilizzata come evocazione in chiave identitaria o, peggio, come preconizzazione di un nuovo "nazionalismo" regionale. Dal sindacato invece arriva la proposta, in chiave neo-corporativista, della costituzione di un "Consiglio Regionale dell'Economia e del Lavoro", che dovrebbe, nell'intenzione dei promotori, "dare rappresentanza a tutte le espressioni economico-sociali". Se veramente ci fosse la volontà di rendere protagonisti della vita politica veneta tanto il "popolo" quanto le (libere) "espressioni economico-sociali", i costituenti potrebbero rivitalizzare lo strumento del Referendum regionale, alla cui convocazione l'attuale Statuto pone condizioni irragionevoli e di fatto proibitive. I modelli istituzionali di riferimento sono ancora una volta gli Stati Uniti ed anche la Svizzera, dove la gente partecipa direttamente alle decisioni ad ogni livello, così contribuendo al governo della comunità, dell'ambiente e delle tasse, e ad un controllo costante dell'azione della classe politica. Nel processo di scrittura della nuova carta regionale è certamente necessario che il "popolo" sia protagonista. Perché così sia, non è utile sbandierarlo come categoria di un nuovo romanticismo etnico, o nasconderlo dietro nuove burocrazie di intermediazione sociale. Basterebbe rispettare le indicazioni forti che l'elettorato ha già democraticamente espresso, e che probabilmente continuerebbe ad esprimere se solo la partitocrazia, tanto veneta quanto romana, glielo consentisse. Se c'è qualcuno, dentro e fuori il Consiglio, che è ancora interessato a quel progetto di riforma radicale delle istituzioni, batta un colpo.
*Europarlamentare
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